Giornalismo interculturale: il razzismo, la semina dell’odio e la rinuncia a essere giornalisti

Giornalismo interculturale: il razzismo, la semina dell’odio e la rinuncia a essere giornalisti

Ne abbiamo fatta di fatica per arrivare a fare i giornalisti. Non è vero? Tranne qualcuno, che non sapeva quale mestiere fare, ci siamo battuti come leoni per ritagliarci lo spazio in un giornale.

Oggi che i giornali tradizionali sembrano al tramonto (ma anche la Tv generalista non promette un futuro eterno…), il giornalismo è più vivo che mai.

Se dovessimo contare tutti quelli che avrebbero voluto fare i giornalisti, saremmo dieci volte tanto. Se poi ci mettiamo quelli che l’hanno sognato, la cifra si gonfia a dismisura.

E’ allora il caso sprecare la nostra fatica per essere al servizio di questo o quel cicisbeo?

Uno dei grandi maestri del giornalismo italiano, Sergio Lepri, ci ricorda che il giornalista ha una funzione di “mediazione” tra le fonti e il lettore. Fra ciò che accade, o che qualcuno racconta essere successo, e il pubblico.

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Razzismo e media, quando il linguaggio diventa una forma di discriminazione

Razzismo e media, quando il linguaggio diventa una forma di discriminazione

L’agenzia d’informazioni Ansa, in una notizia da Brescia dello scorso maggio 2018, evidenzia come l’assassino di un anziano bresciano sia opera di un “figlio adottivo”.

L’assassino, 40 anni, è il figlio della moglie – di origine polacca, sottolinea la notizia di agenzia – dell’anziano ucciso.

Cosa c’entra l’essere “adottivo” e l’essere figlio di una donna polacca con il delitto?
Non c’entra nulla. Lo apprendiamo all’ultima riga della notizia, quando si parla dei precedenti penali per droga dell’assassino.

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