Intervistare una persona non è facile.

Hai messo in campo tutto l’impegno possibile. Hai studiato il tuo interlocutore.

Hai cercato di penetrare nella sua mente per comprenderla. I sentimenti che l’altro prova sono importanti, si sa.

Eppure c’è qualcosa che non va. Non si è creato un rapporto di comprensione e accettazione reciproca.

Le tue domande suonano vuote. Non susciti l’interesse nell’altra persona.

E così le sue risposte sono inefficaci, poco interessanti. Cosa puoi mai ricavarne da un dialogo così?

Cos’è andato storto? Per capirlo occorre fare un passo indietro. Andare alla base della comunicazione.

Informare e Comunicare: due approccio differenti

Quando fai informazione, sia verso un’altra persona che nei confronti di un vasto pubblico, hai davanti una strada prevedibile, conosciuta.

Sai fare il tuo mestiere: hai in mente il messaggio da trasmettere, il destinatario da raggiungere, i mezzi di comunicazione da utilizzare. E anche il risultato che vuoi ottenere.

A volte vinci, a volte perdi. A volte ottieni maggior consenso e più attenzione, altre volte invece il messaggio è meno efficace. Ci sta. Non si può vincere sempre.

Nella comunicazione, invece, tutto cambia. C’è una persona dall’altra parte. E quella persona ti ascolta (o ti ignora) e, soprattutto, ti risponde.

Che tu lo voglia o meno, il destinatario di un tuo messaggio ti dà un feedback. In questo modo condiziona, in positivo o in negativo, il resto della comunicazione.

La comunicazione, te ne rendi conto subito, ha alla sua base una relazione.

La comunicazione interpersonale è una strada a due vie, dove tu sei l’emittente ma diventi anche il destinatario del messaggio.

La partita si fa più complessa.

Non basta sapere cosa vuoi dire. E’ necessario che tu sappia dirlo nel modo più efficace.

 

L’intervista (in salita) con Francesco Guccini

Nel giugno del 2010, il mio collega giornalista (e amico) Alberto Scapini e io andammo a trovare il cantautore Francesco Guccini a Pavana (provincia di Pistoria) sull’Appennino tosco-emiliano.
Volevamo un’intervista per il nostro giornale, L’Arena di Verona.

Con Alberto decidemmo la scaletta delle domande.

La prima era semplice, visto che Guccini aveva da qualche giorno compiuto 70 anni: “Come si sta a 70 anni?”.

La domanda voleva sottintendere che, data la vita intensa e zuppa di libri e di incontri, come settantenne poteva trarre un bilancio interessante di quell’età.

Peccato che quel giorno l’autore della mitica canzone “L’avvelenata” fosse nero d’umore. Nero come la pece.

Ci accolse algido e cortese nella cucina di casa sua, introdotto da un amico che ci lasciò soli con lui e una signora che gli sbrigava le faccende di casa.

Guccini guardò male la macchina fotografica del mio amico Alberto. E guardò peggio il mio registratore digitale e la videocamera Panasonic che tenevo in mano.

Alla domanda d’avvio (“Come si sta a 70 anni?”) il Maestrone Francesco si fece scuro come un pomeriggio di temporale dagli esiti nefasti.

Era evidente, avevamo sbagliato qualcosa.

Ecco i nostri errori di comunicazione:

  • Sin dalla partenza da Verona, con l’auto di Alberto, eravamo concentrati su noi stessi anziché pensare a come si sarebbe sentito Francesco Guccini. E’ questo il tipico errore da egotismo ingenuo: mettiamo noi, senza volerlo, al centro dei nostri pensieri, anziché dedicarci all’altro.
  • Avevamo pensato al Maestrone della canzone “La locomotiva” come a un “oggetto”. invece di concentrarci sul suo essere persona. Era insomma il nostro “idolo”, che ci faceva emozionare nell’incontrarlo e nel parlargli, tanto gli volevamo bene. Ma non ci eravamo chiesti cosa lui volesse da noi.
  • Ci eravamo concentrati sul contenuto della comunicazione che stavamo avviando con Guccini, anziché pensare alla relazione, al rapporto che avremmo dovuto instaurare con lui.

Un’intervista è una forma di comunicazione complessa.

Non è un mero scambio di informazioni. E’ fondamentale cominciare mostrando empatia verso il nostro interlocutore.

Basta a volte chiedergli come sta, come va il suo lavoro o quella sua certa attività, come si trova o si sente in una situazione che conosciamo e che sappiamo stargli a cuore.

L’intervista deve essere una comunicazione empatica, fondata sull’ascolto.

Non serve il saluto accompagnato da un frettoloso “Come stai?”, all’inglese. Le mere formalità sono le scelte comunicative più sgradite.

Se chiedi a una persona “Come stai?” (o “Come sta?”) è perché hai a cuore la sua risposta. La ascolti. E’ per te importante. Non è un modo di dire tanto per parlare.

Appunto perché parliamo di comunicazione, occorre mettere in comune significati e sentimenti.

E’ importante ascoltare i sentimenti dell’altra persona, anche se non li comprendiamo sul momento.

L’altro non è un oggetto, ma un essere umano da indagare e ascoltare nella sua comunicazione verbale e non verbale: cosa dice, ma anche come si è vestito, come si comporta, i gesti che fa, le espressioni del viso che usa.

E’ importante che abbiamo a cuore la relazione con la persona con cui comunichiamo. Il contenuto viene dopo. Molto dopo.

Se comprendi la comunicazione, comunichi in modo efficace

Nella comunicazione vi è un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione, ci insegna la Scuola di Palo Alto.

Tant’è che la relazione influenza il contenuto della comunicazione.

Possiamo infatti pronunciare la stessa frase (“Che simpatico che sei”) in modo scherzoso, in modo ironico, in modo sprezzante. Il diverso modo di relazionarci con l’altra persona determina, insomma, il modo in cui il nostro messaggio viene colto.

Lavorare sulla relazione è più importante – specie nei rapporti interpersonali – che lavorare sul contenuto della comunicazione.

Parafrasando Marshall McLuhan potremmo affermare che “la relazione è il messaggio” (McLuhan ha affermato che il “medium è il messaggio”).

Se abbiamo a cuore la comunicazione, se puntiamo a una comunicazione efficace è fondamentale che lavoriamo sulla relazione.

Questo significa che il rapporto con l’altra persona diventa la nostra priorità.

Per fare questo occorre partire dallo strumento più potente di cui disponiamo.

La parola? Il messaggio? Il medium? No. L’ascolto. Là dove sappiamo ascoltare cosa l’altro ci racconta – con parole e con gesti – là sappiamo comunicare.

La comunicazione efficace, sia essa interpersonale che sui mass media, passa dall’attenzione all’altro.

E grazie all’ascolto possiamo comunicare in modo efficace anche sui sui social network. 

Proprio là dove la comunicazione dei mass media e la comunicazione interpersonale si mescolano e si alternano.

Maurizio Corte
@cortemf
*** Articolo aggiornato al 23 ottobre 2018

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