Hai mai avvertito la sgradevole sensazione di un’informazione a senso unico? Quella che ti impone una sua verità, che prescinde dalla verità sostanziale dei fatti.

E’ una presenza inquietante che ritroviamo nelle dittature. Ma che possiamo riscontrare anche in una democrazia, dove la stampa deve avere lo spazio per analizzare in modo autonomo e critico quanto accade.

Dopo nove mesi dall’uscita ho osservato le puntate di “IGNOTO 1”, il documentario in quattro parti nato da un’idea di BBC e prodotto dall’inglese Amber TV e dall’italiana Run to Me Film in collaborazione con Sky e BBC.

“Ignoto 1 – Yara, DNA di un’indagine” – così venne presentato nel luglio 2017 – il documentario che, stando alla pubblicità sul web, “approfondisce il lungo lavoro di ricerca e analisi scientifica alla base dell’inchiesta relativa al caso Gambirasio”.

La vicenda è quella nota di Yara Gambirasio, scomparsa nel novembre del 2010 nel Bergamasco e trovata senza vita a febbraio del 2011. Per la sua uccisione è stato condannato, con pena confermata in secondo grado, Massimo Giuseppe Bossetti, chiamato il “muratore di Mapello” (Bergamo).

Quello trasmesso su Sky è il più sconcertante “documentario a senso unico” che io abbia avuto modo di analizzare, in una Tv privata, in un Paese democratico.

In quattro puntate di circa 45 minuti, il documentario dedicato a Yara Gambirasio e Massimo Giuseppe Bossetti,  è uno spot pubblicitario che ha come voce narrante e come protagonista assoluta il pubblico ministero che coordinò le indagini sul caso di Yara Gambirasio.

In sostanza, ogni rappresentazione e ogni argomentazione del documentario sulla controversa vicenda è affidata alla narrazione di un magistrato che è una parte in gioco nella dialettica giudiziaria.

La direzione a senso unico della narrazione la si nota dalle inquadrature. Il magistrato, che compare per decine di minuti in molte apparizioni e dichiarazioni in studio, è inquadrato mentre guarda direttamente la macchina da presa. Viene posto al centro dell’inquadratura: in questo modo, crea una relazione con lo spettatore e assume autorevolezza.

Su questi punti si veda lo studio di D. Machin-A. Mayr, How to do Critical Discourse Analysis, Sage, London, 2012.

La stessa cosa accade con il primo avvocato di Bossetti, l’innocua legale che non dubita un secondo della “prova scientifica” del Dna. Vengono invece inquadrati con una posizione laterale, senza guardare in macchina e per tempi irrisori rispetto al magistrato dell’accusa, gli avvocati del collegio di difesa:  Claudio Salvagni e Paolo Camporini.

Non ha qui importanza sostenere se abbia o non abbia ragione il magistrato che coordinò le indagini. Non è neppure fondamentale sottolineare le potenti criticità che circoscrivono le certezze di magistrati e carabinieri sull’attribuzione del Dna trovato sul corpo della vittima.

Le criticità, nel documentario “Ignoto 1 – Yara, DNA di un’indagine” sono due. E sono fondamentali, in una riflessione sul rapporto fra crimine giustizia e media:

– la narrazione dell’enorme e di certo faticoso lavoro degli inquirenti è a senso unico. In quasi 200 minuti di documentario la presenza del pubblico ministero (che si occupò del caso) arriva ad essere ossessiva. In alcune inquadrature arriviamo a sfiorare il “culto della personalità”: lei che va in moto, lei che fa arti marziali, lei che ribatte a ogni più sommessa voce di dissenso.

Massimo Giuseppe Bossetti, al momento dell’arresto, viene ripreso e mostrato con le manette che si stringono ai polsi. Immagini che su un giornale o telegiornale italiano sono vietate dalle regole deontologiche che i giornalisti italiani, grazie all’Ordine Nazionale dei Giornalisti, si sono date. Ma che nel documentario britannico vengono ignorate in modo ignobile.

La grave posizione sbilanciata a favore dell’accusa sarebbe non meno grave se lo si registrasse a favore degli avvocati della difesa. Gli esperti del collegio di difesa di Bossetti (genetista e criminologo) non sono stati peraltro messi nelle condizioni di ribattere alle tesi degli esperti al servizio del pubblico ministero.

La domanda da porsi, nel riflettere sul ruolo che i media hanno nella rappresentazione del crimine e della giustizia, è una soltanto, in questo caso. Sono i telespettatori garantiti da giornalisti indipendenti, liberi nel loro giudizio e nella loro analisi critica di un caso giudiziario complesso?

La triste risposta è semplice: no, non sono garantiti. Non vi è, da parte dei giornalisti intervistati, alcun passaggio critico sul lavoro di indagine. Nulla che ricordi, neppure in modo vago, il giornalismo investigativo e indipendente di un cronista di nera di grande valore come Tommaso Besozzi.

La parola è solo del pubblico ministero. E’ il magistrato, che rappresenta solo una parte e non il collegio giudicante di una Corte d’Assise, a decidere contenuti, interpretazione e morale del documentario.

Siamo insomma di fronte a un documentario che nega le più elementari regole del giornalismo investigativo. Nega le regole della ricostruzione rigorosa dei fatti, con il contraddittorio concesso alle parti. Un documentario peraltro noioso per due puntate e mezza, di cui non si capisce la finalità narrativa.

E’ infatti un filmato di mediocre fattura, per quanto targato BBC, che risulta più uno spot pubblicitario che un documentato resoconto delle accuse, scientifiche e non, contro l’IGNOTO 1, Massimo Giuseppe Bossetti.

Maurizio Corte
@cortemf
*** Post pubblicato (ultima edizione) il 3 maggio 2018

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