La conoscenza e la comprensione che il pubblico ha sul crimine e i criminali sono per gran parte basate su quanto ha visto o sentito attraverso i media. Ce lo ricordano gli studiosi Marsh e Melville nel libro “Crime, justice and the media” (Routledge, New York, 2014).

La storia del giornalismo e della stampa, soprattutto popolare, ci rivela che sul tema del crimine e dei criminali vi è stata da sempre una sovrapposizione tra fatti realmente accaduti e loro rappresentazione a livello di fiction.

Ne è una dimostrazione, ci ricordano ancora Marsh e Melville, il fatto che abbiamo sin dal Novecento un collegamento fra la realtà degli investigatori di professione e i personaggi che interpretavano nei film e nei romanzi la parte dei detective. Non solo, gli stessi personaggi della finzione – come nel caso di Sherlock Holmes – hanno avuto un ruolo nello sviluppo dell’investigazione del crimine in ambito forense.

Possiamo così affermare che ci si deve arrendere alla contaminazione tra realtà sostanziale dei fatti e sua costruzione fantastica? La storia della stampa sembra dare una risposta positiva a questo interrogativo. Resta da vedere se quella è la risposta giusta per un giornalismo di qualità.

Occorre infatti distinguere tra gli elementi oggettivi, i dati di fatto, i loro collegamenti logici e quanto lo storytelling può insegnarci per presentare quegli elementi, dati e collegamenti nel modo più efficace. Il contenuto della narrazione, insomma, non va confuso con la sua struttura.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è il riflesso che il crimine ha a livello di percezione sociale. Come mostra Pearson, la preoccupazione sociale per il dilagare della violenza e l’assenza di legalità è parte di una lunga tradizione. Non è insomma un fenomeno della contemporaneità; e neppure della modernità (G. Pearson G., Hooligan: A History of Respectable Fears, London, MacMillan, 1983).

I media, in questo senso, si sono comportati sempre allo stesso modo, nell’esagerare e nel trattare in maniera moralistica il tema della criminalità e della sicurezza. Anziché tematizzare in modo logico e razionale, partendo da dati di fatto e analisi fondate, la questione “crimine e sicurezza”, la stampa e la televisione hanno fatto da cassa di risonanza dell’allarmismo.

Come rilevano Marsh e Melville, le caratteristiche chiave dei resoconti giornalistici sulle vicende criminali sono le seguenti:

  • Sia le notizie che la fiction sul crimine hanno un ruolo preminente sui media
  • Queste storie si occupano in modo preponderante, a tratti esagerato, dei crimini violenti, soprattutto omicidi
  • Offender e vittime delle narrazioni dei media sono di uno status sociale superiore e di fascia d’età più elevata rispetto ai reali offender e vittime trattati dal sistema giudiziario
  • I rischi di essere vittime del crimine sono rappresentati in modo più grave rispetto ai dati reali di vittimizzazione a cui si può essere sottoposti
  • Il lavoro di polizia e sistema giudiziario tende a essere rappresentato in una luce positiva
  • Le storie raccontante sui media si concentrano su casi specifici ed eventi particolari, più che sulla tendenza generale e i temi politici del crimine e nella sicurezza

Questi dati di fatto ci portano a una conclusione, utile sia per il pubblico che per i giornalisti e gli operatori dell’informazione. Quanto viene rappresentato sui media, in tema di crimine e di sicurezza, non ha corrispondenza con la realtà.

Ci troviamo di fronte, nelle news e nella fiction, a una distorsione dei fatti realmente accaduti. Da un lato vi sono esagerazioni sui rischi di essere vittime della violenza e del crimine. Dall’altro lato manca una tematizzazione generale della questione criminalità.

Poco spazio hanno inoltre sui media i temi politici della giustizia e del crimine; della situazione delle carceri e della condizione delle persone sottoposte al sistema giudiziario.

In questo modo, viene negata sin dal principio la premessa fondamentale per un dibattito pubblico consapevole sul tema del crimine e della giustizia: il ragionare sulla base di dati reali; e non di rappresentazioni che edulcorano o peggiorano la realtà, trasformandola.

Maurizio Corte
@cortemf
*** Post pubblicato (ultima edizione) il 13 marzo 2018

 

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