Cosa rende attuale la vicenda di Milena Sutter, sparita a Genova il 6 maggio 1971 e ritrovata senza vita in mare dopo due settimane? E cos’ha di “contemporaneo” quella di Lorenzo Bozano, condannato in appello (nel 1975) per il sequestro e l’omicidio, per denaro, della ragazzina?

Uno dei motivi che possiamo cogliere nel libro “Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media” (Cacucci editore, 2018), scritto assieme a Laura Baccaro, è il rapporto fra Giustizia e Scienza.

La pubblica opinione, nel leggere i casi di cronaca nera, è affascinata dal presunto potere dell’esame del Dna. Il Dna è diventato quasi un “oggetto magico” che dà risposta a tutte le domande. Che tutto risolve.

Gli studiosi e gli esperti ci dicono che non è così. L’esame del Dna consente di avere informazioni in più. Come tutte le informazioni, esse possono essere decisive per dimostrare una certa ipotesi. Oppure per avvalorare una certa tesi.

L’esame del Dna non sostituisce, però, la ricerca, lo studio, l’analisi delle scene del crimine.

Anche nel caso del Dna, la potente narrazione dei media fornisce alla pubblica opinione l’idea, l’illusione che la Scienza tutto possa risolvere. Mentre, dall’altro lato, assistiamo a un uso giudiziario di risultati che sono scientifici solo in apparenza.

Nel libro “Il Biondino della Spider Rossa”, i professori Franco Tagliaro e Daniele Rodriguez, medici legali, da posizioni autonome e indipendenti analizzano in modo critico la perizia sulle cause e l’epoca della morte di Milena Sutter.

I due studiosi tornano a confermare i dubbi che furono sollevati già nel 1971 dal perito di parte, Giacomo Canepa. Questi era critico verso la perizia del padre della Medicina Legale, Aldo Franchini, e del suo collaboratore, Giorgio Chiozza.

Ciò che i professori Tagliaro e Rodriguez affermano è condiviso da altri medici legali indipendenti interpellati dagli autori negli ultimi otto anni. L’esame obiettivo del corpo fatto da Franchini e Chiozza è meticoloso e preciso. Le conclusioni a cui arrivano – su cause ed epoca del decesso – sono invece contestabili.

Perché? Perché Franchini e Chiozza partono da premesse non certe, anzi caratterizzate da dubbi, per arrivare a conclusioni date per sicure: la ragazzina fu uccisa in questo e quel modo, all’ora tale e con tali risultati.

La Scienza non può arrivare a conclusioni certe partendo da premesse probabili. O addirittura possibili. E certo la Scienza non può poggiare su ipotesi che hanno scarso fondamento.

Ecco perché è fondamentale interrogarsi sull’uso che dei risultati scientifici (o non fondati scientificamente) viene fatto in ambito giudiziario.

Non si tratta di criticare studiosi o magistrati che hanno usato, nel 1971, gli strumenti allora a disposizione. Si tratta di applicare con metodo le conclusioni a cui ci consentono di arrivare i procedimenti scientifici attuali.

Ciò che la pubblica opinione è chiamata a capire è che la Scienza non ha poteri divini. Né si fonda su un sapere assoluto.

L’approccio scientifico è consapevole dei propri limiti e ne tiene conto quando si tratta di arrivare a delle conclusioni. La Scienza è tale perché ha coscienza dei propri recinti specie quando deve trarre conseguenze dall’analisi di una situazione dubbia.

In questi nodi del dibattito fra Giustizia e Scienza sta l’attualità di un caso come quello di Milena Sutter e Lorenzo Bozano. Nella riflessione sul ruolo della Scienza in ambito giudiziario sta l’interesse del caso del “Biondino della Spider Rossa”.

Maurizio Corte
@cortemf
*** Post pubblicato (ultima edizione) il 10 luglio 2018

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