Quale rapporto c’è tra il tuo modo di fare giornalismo e la verità? Di un certo fatto o evento hai di sicuro raccolto tutte le informazioni possibili. Le hai selezionate. Hai trovato quella che è più importante e che diventa la “notizia”. E ti sei messo al computer a scrivere.

Finito di scrivere l’articolo, però, una domanda ti ronza per la testa: quello che io vedo in questo evento corrisponde alla verità sostanziale dei fatti? Sono sicuro che il mio racconto sia completo e obiettivo? Oppure sono solo lo strumento delle narrazioni che altri mi vogliono imporre?

Sono momenti tremendi, quando ti interroghi sulla professione del giornalista. Hai a che fare con fake news, imbonitori, agenzie di comunicazione che propongono diverse visioni dei fatti, esponenti politici o manager che cercano di far valere una loro verità. Una patina grigia scende sulla scrittura.

“Ognuno ha la sua propria versione della verità”, ci dice Bob Woodward, il più grande reporter investigativo di tutti i tempi. “Ma ci sono i fatti, c’è la realtà e, come giornalista, tu puoi uscirtene con la migliore raggiungibile versione della verità”.

Qualunque sia l’atmosfera che ci circonda; che i media siano osannati o sbeffeggiati e sviliti, noi dobbiamo insistere. La migliore versione raggiungibile della verità ha la priorità su ogni altra cosa, ci dice Bob Woodward, che nel 1972 con Carl Bernstein scoperchiò negli Stati Uniti lo scandalo Watergate.

E’ un mestiere che ci avvolge e ci investe fin nel profondo delle viscere, il giornalismo. Tanto da sostituirsi alla nostra vita. Perché “se tu pratichi il giornalismo”, dice Bob Woodward, “andrai incontro a periodi intensi della tua vita, quando tu non starai lavorando sulla tua storia, ma la starai vivendo dal di dentro”.

Bob Woodward è convinto che ciascuno di noi possa essere un giornalista. “Siamo giornalisti a volte senza sapere d’esserlo”, afferma. “Noi raccogliamo informazioni. Facciamo domande. Facciamo delle verifiche sui dati raccolti; e ne parliamo con altre persone. Questo è il modo in cui si valutano le notizie. In un certo senso, tutti noi siamo degli informatori, delle ‘gole profonde’ dell’informazione. Vediamo cose che non ci piacciono. Ne parliamo e ce ne lamentiamo”.


L’INTERVISTA STRUMENTO DEL GIORNALISMO VERSO LA VERITA’

C’è un aspetto dell’intervista che mi ha sempre affascinato. E’ il rapporto umano con la persona intervistata. Fin da quando ho cominciato a fare il giornalista – era il febbraio del 1978 – mi ha sempre colpito la relazione che un’intervista crea. Quel qualche cosa di magico e di speciale che si instaura.

Le migliori informazioni le ho avute quando ho chiuso il mio bloc-notes e riposto la penna: la semina che avevo fatto durante il dialogo con l’intervistato dava allora i suoi frutti migliori. Quelli confidenziali.

L’ascolto, nell’intervista, è fondamentale. In quel momento, come dice Bob Woodward del giornalismo, stiamo vivendo la storia. Non la stiamo solo osservando. Ci immedesimiamo in ciò che ci viene raccontato. Vediamo con gli stessi occhi di chi ha vissuto un certo evento. Oppure ha assistito a una certa scena.

Il “fattore persona” è importante nel giornalismo. E nell’intervista è fondamentale. Solo così riusciamo a raggiungere la stessa verità di cui è portatrice la persona che intervistiamo.
Sarà pure una verità parziale. Ma ha dalla sua parte il donarci un pezzo che ci mancava.

Possiamo dire allora che il Giornalismo Investigativo, come tutta la professione di giornalista, è al servizio della Verità. E che l’intervista – se condotta con la pazienza e la passione dell’ascolto – ne è uno strumento fondamentale.

Maurizio Corte
@cortemf
*** Post pubblicato il 27 marzo 2018

Share This