Ne abbiamo fatta di fatica per arrivare a fare i giornalisti. Non è vero? Tranne qualcuno, che non sapeva quale mestiere fare, ci siamo battuti come leoni per ritagliarci lo spazio in un giornale.

Oggi che i giornali tradizionali sembrano al tramonto (ma anche la Tv generalista non promette un futuro eterno…), il giornalismo è più vivo che mai.

Se dovessimo contare tutti quelli che avrebbero voluto fare i giornalisti, saremmo dieci volte tanto. Se poi ci mettiamo quelli che l’hanno sognato, la cifra si gonfia a dismisura.

E’ allora il caso sprecare la nostra fatica per essere al servizio di questo o quel cicisbeo?

Uno dei grandi maestri del giornalismo italiano, Sergio Lepri, ci ricorda che il giornalista ha una funzione di “mediazione” tra le fonti e il lettore. Fra ciò che accade, o che qualcuno racconta essere successo, e il pubblico.

Il giornalista ha il compito di raccontare i fatti, così come sono accaduti. Inventare i fatti – ci ammonisce Sergio Lepri – non è giornalismo. Così come è un cattivo giornalismo la drammatizzazione del fatto. L’obiettività è impossibile, ma è possibile la coscienziosa e imparziale aderenza alla realtà effettuale.

Il giornalismo – fa notare sempre Lepri – ha il compito di accrescere il patrimonio conoscitivo dei cittadini. Deve dare conoscenze, suggerire riflessioni, non limitarsi a suscitare emozioni.

Quanto accade in questi giorni è il contrario del giornalismo. Vi è un soggetto pubblico, rivestito di una carica istituzionale, che viola la legge istigando all’odio razziale contro la “diversità”. Afferma di voler schedare le persone su base etnica, violando la Costituzione. Poi un altro giorno se ne inventerà un’altra.

E’ nella libertà di ciascuno violare la legge. Ma non è nel dovere di un giornalista dare notizia dei proclami di chi vuole violare la legge. Soprattutto se lo fa a ragion veduta: per seminare odio, coprendo le notizie su indagini che rivelano i suoi giri di amicizie discutibili e di possibili inquinati affari.

LA RINUNCIA AL GIORNALISMO
Dare notizia, con evidenza e in modo insistito, dei progetti razzisti di un qualsiasi soggetto non è fare giornalismo. Non lo sarebbe dare spazio ai proclami di un soggetto pubblico che volesse sterminare i cani; abusare delle donne o legalizzare la pedofilia. Perché deve essere giornalismo dare voce a chi vuole sterminare il diverso, cominciando con il discriminarlo?

Prima del diritto e del dovere di cronaca viene nel giornalismo il dovere di rispetto e difesa della dignità umana. Anche della dignità di chi la pensa o si comporta in modo diverso da noi.

Lo spazio concesso a un apologeta del razzismo e della discriminazione etnica è complicità in uno dei peggiori delitti contro l’umanità: l’annientamento del diverso in quanto differente da noi.

Non vi sono scusanti o giustificazioni nel dare notizia dell’ideologia razzista. A meno che la scusante non sia la promessa di un finanziamento pubblico o di un trattamento di favore: nel qual caso avremmo la conferma che il razzismo non è solo una ideologia. Il razzismo è anche uno schermo degli affari, delle complicità con la criminalità organizzata, dell’illegalità e della corruzione.

Il razzismo – come le ideologie totalitarie – è un utile paravento per il ladrocinio mascherato da difesa della sicurezza e dell’ordine.

LA SCOMPARSA DELLA STAMPA
Cantava Giorgio Gaber (“Io se fossi Dio”, 1980):
“Io se fossi Dio maledirei per primi i giornalisti e specialmente tutti
Che certamente non sono brave persone
E dove cogli, cogli sempre bene.

Signori giornalisti, avete troppa sete
E non sapete approfittare della libertà che avete
Avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate
E in cambio pretendete
La libertà di scrivere
E di fotografare.
Immagini geniali e interessanti
Di presidenti solidali e di mamme piangenti
E in questo mondo pieno di sgomento

Come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento:
Cannibali, necrofili, deamicisiani, astuti
E si direbbe proprio compiaciuti
Voi vi buttate sul disastro umano
Col gusto della lacrima
In primo piano.

Si, vabbè, lo ammetto
La scomparsa totale della stampa sarebbe forse una follia
Ma io se fossi Dio di fronte a tanta deficienza
Non avrei certo la superstizione
Della democrazia“.

Ecco, la scomparsa della stampa è lo scenario che si presenta e si fa reale quando il giornalismo sceglie di abdicare al proprio ruolo. Quando rinuncia al compito di mediazione. Quando all’azione, pur possibile, di “costruttore di pace” (“peace building”) preferisce quella di seminatore di odio.

Prima ancora che chiudano i giornali e le agenzia di informazione, rinunciare al ruolo di indipendenza vuol dire rinunciare al giornalismo.

Il Giornalismo Interculturale è il contrario del giornalismo che lascia spazio all’odio. Difende la legalità e il rispetto delle leggi, senza nulla concedere alla loro violazione; ma lo fa senza sterminare gli altri.

Il Giornalismo Interculturale non ha compromessi con la censura, al punto di poter decidere di non dare certe notizie.

Il giornalismo, infatti, è selezione. E noi giornalisti possiamo scegliere se dare voce al razzista di turno, che semina odio fra la gente per coprire il suo malaffare. Oppure se scegliere di dare voce a temi, persone, azioni e testimonianze che seminano la speranza e il dialogo.

Ritroviamo allora l’orgoglio dei primi giorni, quando non avremmo mai accettato di concedere un virgolettato a chi non lo meritava.

Maurizio Corte
@cortemf
*** Post pubblicato (ultima edizione) il giorno 20 giugno 2018
*** Foto dal sito web www.unsplash.com

 

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