Quale rapporto c’è tra il tuo modo di fare giornalismo e la verità? Di un certo fatto o evento hai di sicuro raccolto tutte le informazioni possibili. Le hai selezionate. Hai trovato quella che è più importante e che diventa la “notizia”. E ti sei messo al computer a scrivere.

Finito di scrivere l’articolo, però, una domanda ti ronza per la testa: quello che io vedo in questo evento corrisponde alla verità sostanziale dei fatti? Sono sicuro che il mio racconto sia completo e obiettivo? Oppure sono solo lo strumento delle narrazioni che altri mi vogliono imporre?

Sono momenti tremendi, quando ti interroghi sulla professione del giornalista. Hai a che fare con fake news, imbonitori, agenzie di comunicazione che propongono diverse visioni dei fatti, esponenti politici o manager che cercano di far valere una loro verità. Una patina grigia scende sulla scrittura.

“Ognuno ha la sua propria versione della verità”, ci dice Bob Woodward, il più grande reporter investigativo di tutti i tempi. “Ma ci sono i fatti, c’è la realtà e, come giornalista, tu puoi uscirtene con la migliore raggiungibile versione della verità”.

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