La diversità ci spaventa. La diversità ci fa paura. La diversità sembra non appartenerci. E, invece, è parte di noi. Fino al profondo dell’anima.

Ero bambino, una domenica, quando con la mia famiglia capitammo in un’osteria nel Basso Veronese.

Con noi c’era una zia zitella, da parte di mio padre. Non aveva fidanzato. E occupava le domeniche a casa a stirare; o venendo in macchina con noi a fare una gita in campagna.

Era una “sfigata”, direbbero i ragazzi dei film di oggi.


Diversità: l’osteria e l’uomo assonnato

In quell’osteria, che mi ricordava il luogo in cui ero nato e cresciuto bambino, vidi un signore di una certa età.

Ricordo che aveva un cappello e l’aria assonnata. Quell’aria del pomeriggio tipica di chi ha bevuto vino.

Lo guardai, bambino, provando una istintiva simpatia. Avvertii la sua solitudine. Non mi fece pena, concetto che non ho mai accettato.

Diciamo che quella persona mi mostrò una parte dell’essere uomo che non avevo mai conosciuto. Una parte che avrei poi incontrato nel corso della mia vita.

“Guarda che ridicolo quel vecchio. Proprio uno stupido!”, sentii bofonchiare. La frase venne dalla zia zitella, che la sussurrò a mia madre.

L’uomo era distante abbastanza da non sentirla. Ma io colsi la frase in modo distinto. E ne rimasi ferito.

Sento ancora nel profondo della mia anima la sciabola maligna di quella frase della zia. E ho ancora nella mente l’immagine di lui e della sua solitudine.

Ora che sono grande ho ben chiaro chi dei due – fra quell’uomo e la zia zitella – era l’essere più ridicolo.

La zia zitella si è poi fatta una famiglia: un marito non si nega a nessuno. La “zia sfigata” ha visto gente; e ha saputo esprimere ancora il peggio di sé stessa.

Noi umani, si sa, siamo coerenti. Nel bene e nel male.

La diversità - osteria - Guccini - canzone L'Ubriaco - Corte&Media

I volti sconosciuti della diversità

Di quell’uomo non so più nulla. E’ solo un’immagine nella mia mente. Un ricordo. Ua preziosa eredità.

Quell’uomo mi ha lasciato un senso profondo di tenerezza.

Potrei dire, adesso, che egli mi ricorda il Principe Myškin di Dostoevskij, l’idiota che porta in sé la bontà al punto da sembrare ridicolo ai ciechi.

Ecco, la diversità l’ho incontrata la prima volta proprio in quell’uomo.

E noi? E io? Noi siamo la zia zitella. Non tutti acidi, sia chiaro. Non tutti zitelli. Non tutti inconcludenti. Certo, molti di noi hanno la profondità mancata di quella zia.

Ogni tanto ci penso: cosa sarebbe accaduto se avessimo svegliato quel signore dal suo torpore?

Cosa avremmo imparato se la zia zitella gli avesse offerto un caffè?

Forse ci avrebbe meravigliato con il racconto della sua vita: il lavoro di artigiano, i figli cresciuti, la moglie malata, la mamma mancata da poco.

Ci avrebbe offerto uno spaccato di esistenza in cui, chi più e chi meno, ci saremmo tutti potuti scivolare.

La zia avrebbe imparato a stare al mondo. E io non avrei questo magone che mi porto dentro ogni volta che penso a quella domenica in osteria.

La diversità - osteria - Guccini - canzone L'Ubriaco - Corte&Media -

Gli incontri e le occasioni che perdiamo

Può essere che quell’uomo ci avrebbe deluso. Può essere che avesse ragione la zia zitella.

Può essere che lo stupido sia stato io: un bambino romantico, un filo scemo, che nulla sapeva dell’essere umano.

Può anche essere che tutti ci siamo persi un’occasione.

Ricordo che quando salii sull’Alfa Romeo Giulia 1600 berlina di papà – e ci allontanammo dall’osteria – mi chiesi dove avrebbe passato la sera quell’uomo assonnato.

Mi resta traccia della sua solitudine quando in auto mi dirigo verso casa all’ora di cena. Vedo la gente camminare per strada.

Vedo donne e uomini e bambini girare in auto. Oppure seduti su un autobus che arranca su un strada urbana.

E mi chiedo, con un filo di inquietudine, la stessa cosa che mi chiesi quella sera: “Dove cena la gente così diversa da me? Cosa mangerà stasera?”.


La diversità può essere lo specchio delle nostre paure

La diversità la possiamo incontrare ovunque. Può essere lo specchio delle nostre paure. Può essere la proiezione delle nostre parti migliori.

Oppure la diversità ci si può fare partita a scacchi in un gioco che ci è stato imposto.

Non siamo obbligati ad accettare la diversità. E la diversità non è obbligata ad accettare noi, che siamo diversi da lei.

La diversità è il vicino di casa straniero, verrebbe da pensare. Un’idea comune, giusta, elementare.

Lo straniero è però qualcosa che possiamo decifrare in modo rapido: lo possiamo rifiutare o accettare in un nanosecondo.

Non vi è nulla di impegnativo nel confrontarci con lo straniero. A meno che non lo vogliamo conoscere nel profondo.

Se ci limitiamo alle parti semplici del nostro cuore e della nostra mente, è un nonnulla dare allo straniero un calcio nel culo o abbracciarlo.

La diversità si fa complessa quando l’abbiamo in casa. Oppure dentro di noi. Quando diventa lo specchio cangiante del nostro essere nella vita.

E’ nell’averla in casa, accanto a noi, dentro di noi che la diversità diventa una sfida.

Allora la diversità diventa una sfida alle nostre sicurezze. E’ una sfida al nostro pensiero critico.

E’ un loop, una spirale eterna, nella dialettica fra il nostro essere diversa da lei; e lei l’essere il diverso da noi.

Ho incontrato la diversità molti anni dopo quell’incontro in osteria. Ero grande e con un certo timore mi dovevo vedere con un uomo condannato al carcere a vita.

Cosa vi è di più diverso da noi – cittadini liberi e giusti – di un uomo in galera per l’omicidio di una ragazzina?

Quando vidi quell’uomo, che incontrai a Firenze durante un suo permesso dal carcere, compresi subito la verità. Mi resi subito conto di cosa voleva dire incontrare la diversità.

Lo stesso rispetto che avevo avuto per l’uomo assonato in osteria. La stessa sospensione del giudizio che avevo avuto allora, bambino, in quella domenica familiare. Tutto questo andava applicato adesso.

Che diritto avevo io di giudicare l’uomo che avevo davanti? Che diritto avevo io di ergermi a difensore di una certa “normalità”?


Le diversità da accettare e quelle da rifiutare

Vi sono diversità che possiamo accettare. Altre diversità che possiamo rifiutare. Non siamo tenuti ad accettare tutto.

Il dissenso è un nostro diritto. E rivendico il diritto di dissentire dalla diversità altrui in nome della mia diversità.

Ciò che non posso accettare, neppure da me stesso, è di essere come la zia zitella di quella domenica in osteria nel Basso Veronese.

Ciò che non posso condividere è il diritto – mio o di altri – di giudicare prima di avere incontrato. Di condannare prima di avere dialogato. Di fermarsi alla soglia delle persone che possiamo conoscere.

Quando incontri un altro, diverso da te, ti interroghi su te stesso. Ti guardi dentro. Nel profondo.

E in quel profondo puoi trovare il sostegno della tua identità che incontra qualcuno di diverso, lo rispetta, lo ascolta e vi dialoga.

Si può dialogare pur nel dissentire dal come l’Altro si pone. Dal come si presenta e dal come si relaziona con te.

Oppure nel tuo profondo puoi trovare l’incertezza. Puoi trovare il nulla di valori superficiali. E allora la diversità ti fa paura.

Nel tuo nulla puoi trovare quella mia zia zitella. Il massimo della sfiga, insomma.

Allora, il problema non è l’ubriaco. ll problema non è il diverso. Il problema non è la diversità.

Il problema è la zia zitella. Il problema è la parte di noi che si fa inconsistente. Il problema è il nostro non saper essere diversi.

O, peggio ancora, il problema è il nostro non saper essere e basta.

Maurizio Corte
www.corte.media
@cortemf

*** Post pubblicato (ultima edizione) il 28 settembre 2018

Francesco Guccini – “Per quando è tardi”, cantata dai Nomadi (1968)

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