L’idea di odiare qualcuno non mi è mai davvero appartenuta.

E’ una perdita di energie, non trovi?

Sono nato per lasciare dietro di me qualche cosa di positivo, come te del resto. Perché dovremmo essere ricordati per avere distribuito odio e rancori?

Come giornalista, qual è stato il tuo sogno più grande?
Fin dall’inizio il mio sogno è stato quello di raccontare la città in cui vivevo. Ho così riempito il mio bloc-notes di appunti su quello che mi raccontava la gente.

“Porta i lettori sul giornale”, ci insegnavano una volta i vecchi capi della cronaca. Ma è giusto scrivere tutto quello che la gente ti dice? E’ giusto amplificare il suono delle parole in libertà?


Come giornalista mi stavo dimenticando di una cosa…
Pensavo di fare il giornalista lasciando parlare i fatti. Dando voce alle persone. Raccontando com’era la mia città, la comunità in cui vivevo. Immagino sia anche il tuo sogno. Chi di noi, ciascuno nel suo lavoro, non vuole dare espressione alla società di cui fa parte?

Come giovane giornalista mi ero imposto un certo rigore. La mia anima passionale tendevo a lasciarla vagare da sola, fuori del giornale. “I fatti separati dalle opinioni”, è il vecchio motto del giornalismo anglosassone.

Con il tempo ho imparato che non c’è un modo neutro di fare giornalismo. Anzi, più credi di essere un giornalista obiettivo e più rischi di diventare prigioniero di logiche più grandi di te.
Ci hai mai pensato?

Non voglio dire che devi piegare le parole degli altri e i fatti alle tue opinioni. Non è nel mio stile, ad esempio, cercare solo chi la pensa come me. Anzi. Preferisco il confronto con la diversità. Perché è il “diverso” che mi costringe a riposizionarmi e a pensare.

C’è però un limite che ho imparato essere invalicabile: il rispetto della persona. Il valore sacrosanto della dignità umana. Specie dei più deboli.


L’uso delle parole e il rispetto verso chi è diverso da noi

Ricordo quando nel febbraio del 1995, in una gelida serata veronese alla stazione ferroviaria di Porta Nuova, la fondatrice della Ronda della Carità, Tiziana Recchia, mi diede una grande lezione di vita e di giornalismo.

“Non devi chiamarli ‘barboni’ o clochard, gli uomini e le donne che questa notte incontrerai per scrivere il tuo articolo per il tuo giornale, L’Arena”, mi disse. “Non sono barboni. Sono persone. Chiamali, se vuoi, senza fissa dimora. Dietro ognuno di loro c’è una storia di vita e di sofferenza che va rispettata”.

La mia prima reazione fu un pensiero che mi venne spontaneo: “Come si permette questa qui a dirmi cosa posso o non posso scrivere?”.

Poi, riflettendoci, ho capito. Dalle mie parole stampate sul giornale sarebbe uscita una visione del mondo. I miei lettori e le mie lettrici del più importante quotidiano di Verona avrebbero assorbito una qualche forma di ideologia.

Le parole non erano neutre. E io non potevo essere imparziale. O stavo dalla parte degli ultimi, rispettandoli. O stavo dalla parte dei fortunati come me, etichettandoli.

Barboni. Clochard. Oppure: senza fissa dimora, uomini e donne con nomi, volti, storie, vissuti, umanità che mi guardavano e mi riguardavano.


Prima regola del Giornalismo Interculturale: il rispetto della dignità umana

Non credere a chi ti dice che noi giornalisti abbiamo innanzi tutto il diritto di cronaca da far valere. Quello ci è garantito dall’articolo 21 della Costituzione della Repubblica italiana.

E’ un diritto sacrosanto. Indiscutibile. Da non negoziare.

Non occorre ribadire il diritto a informare e a informarsi. E’ nei fatti. E sarai d’accordo che lo dobbiamo esercitare senza esitazione alcuna.

La prima regola per un giornalista interculturale è invece il rispetto della dignità umana. Il rispetto della persona in tutta la sua sacralità.

Lo affermo non solo come giornalista. Lo affermo non solo come cristiano e come cattolico. Lo affermo innanzi tutto come essere imano.

La scelta delle parole. La scelta dei temi di cui parlare. La scelta degli argomenti da affrontare sul giornale. Sono tutte scelte che hanno a che fare con il rispetto della dignità umana.


Seconda regola del Giornalismo Interculturale: la battaglia contro razzismo

Il razzismo è una delle emergenze del nostro tempo. E’ un cancro della democrazia che non mette in salvo nessuno.

Tutti noi possiamo essere vittime del razzismo e dei discorsi dell’odio (gli “hate speech”). Se siamo scuri di pelle perché siamo neri. Se siamo biondi perché siamo chiari. Se siamo italiani perché siamo mafiosi e inaffidabili. Se siamo stranieri perché siamo invasori o di “razza” inferiore. E via di seguito.

Il razzismo si esprime attraverso le parole. Si esprime attraverso i silenzi. Si estrinseca attraverso quello che scrivi e quello che non scrivi.

Quando scrivevo dei senza fissa dimora, assistiti a Verona dalla Ronda della Carità, alla fine dell’articolo mi fermavo un attimo.

Era stata magari una lunga giornata. Avevo scritto l’articolo sui senza fissa dimora dopo aver riempito una pagina di articoli di politica e amministrazione comunale.

Ero stanco e sfibrato. Gli occhi mi si incrociavano; e avevo una gran voglia di alzarmi dalla scrivania e correre a casa. Ma avevo ancora cinque minuti di resistenza per rileggere l’articolo sui senza fissa dimora e chiedermi: “Ho rispettato la loro umanità? Ho offeso la loro dignità come persone? Ho calpestato la loro diversità?”.

Che diritto avevo io, del resto, per giudicarli? Che diritto ho io per discriminare od offendere qualcuno solo perché è diverso da me?


Terza regola del Giornalismo Interculturale: il rispetto e la difesa della legalità

Se qualcuno pensa che il rispetto della diversità e la lotta al razzismo significhino acquiescenza verso l’illegalità, non sa di cosa parla.

La legalità. Il rispetto della legge. L’osservanza delle regole che, se non vanno bene, si cambiano con metodo democratico. Sono, questi, valori fondamentali per il Giornalismo Interculturale.

La legalità e il rispetto della legge valgono per tutti. Un ladro romeno o uno spacciatore africano non sono più delinquenti di un evasore fiscale italiano.

Un italiano che corrompe un pubblico ufficiale, o che riscuote le tangenti per gli appalti della sanità, non è meno pericoloso di un uomo nigeriano che sfrutta la prostituzione.

Un italiano che massacra di botte la moglie o l’ex fidanzata, perseguitandola e poi uccidendola, non è meno criminale di un albanese che entra in una casa e spara su un padre di famiglia inerme.

Lo stesso tema della “legittima difesa” e del diritto alla sicurezza vale a 360 gradi.
La tua sicurezza, la mia sicurezza, la nostra sicurezza dipendono sia dalla presenza di criminali (italiani o stranieri) lasciati liberi di delinquere; sia da politici e alti burocrati lasciati liberi di fare affari, scambiarsi tangenti, corrompere.

La delinquenza nella finanza non è meno criminale della delinquenza sulle strade. Anzi. La criminalità dei colletti bianchi è la madre di tutta la criminalità che rende insicuro il nostro vivere. Basta guardare quella splendida serie tv che è “Seven Seconds“, su Netflix, per averne la prova.

Giornalismo, comunicazione, marketing: nessuno si senta escluso dalla difesa dei diritti
Il Giornalismo Interculturale è un giornalismo che non è neutro. E’ un giornalismo che fa una scelta di campo.

Io non ho mai conosciuto giornalisti neutri. Ho conosciuto giornalisti onesti, giornalisti prezzolati, giornalisti liberi, giornalisti servi di partito, giornalisti amici dei potenti e giornalisti dalla parte dei deboli.

Il giornalismo neutro non esiste. Tu ne conosci una qualche forma?

Non esiste una comunicazione neutra. Ogni atto comunicativo ha un contenuto e una relazione, di modo che la relazione qualifica il contenuto; e il contenuto orienta la relazione.

Non esiste un marketing (o un webmarketing) neutro. Ogni azione di marketing mira a comprendere, a proporre, a persuadere, a favorire un certo disegno. Positivo o negativo. Nobile o vomitevole. In ogni caso, un disegno c’è.

Il Giornalismo Interculturale è un giornalismo a difesa dei diritti. Il diritto alla diversità. Il diritto al rispetto. Il diritto alla parola per le minoranze. Il diritto alla sicurezza. Il diritto alla legalità.

Il Giornalismo Interculturale è un giornalismo “politico”? Ti chiederai. Lo è, eccome. Perché è un giornalismo che si occupa della vita della comunità. Si interessa della città.

Se vuoi, allora, fare giornalismo, non chiederti mai se sei equidistante da qualcuno. Interrogati da che parte stai: dalla parte che difende i diritti o da quella che li nega?

Maurizio Corte
@cortemf
*** Post pubblicato il 25 marzo 2018

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