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La Comunicazione seduce, come una splendida figura di donna che illude, ma poi anche delude. Lo stesso vale, come similitudine, se giriamo l’esempio al maschile. Illusione e delusione.

Sta del resto a noi accettare di illuderci e di farci deludere.

Un dato di fatto è certo: oggi in una scatoletta che metti nel taschino (lo smartphone) ci sta quello che – nei miei vent’anni – occupava lo spazio di almeno una stanza.

Hai presente quanto spazio occupi un impianto stereo, una macchina fotografica, una macchina da presa con cavalletto per non avere riprese traballanti, un registratore a nastro e uno a cassette, un computer, pacchi di carta? E poi, certo, un telefono.

Tutto questo sta in un aggeggio che a sua volta è in grado di stare in una tasca.

Questo aggeggio, il telefonino, può metterti in contatto con il mondo.

Quando ero ragazzino io, per chiamare mio zio in Germania bisognava chiamare una signorina della SIP (la società statale dei telefoni) che chiamava l’operatore tedesco, che chiamava il bar dove andava mio zio. Il bar poi avvisava lo zio che Maurizio gli voleva parlare.

Adesso, basterebbe un messaggio su whatsapp. E ci potremmo vedere, lo Zio Bepino e io. Un grande progresso, no?

Sì e no. La parte amara della cosa è che al grande progresso tecnologico, alla miniatura degli aggeggi che usavamo per comunicare, non si è accompagnato un analogo progresso sul piano umano.

Le ingiustizie sociali si sono fatte ancor più ingiuste. Lo sfruttamento di lavoratori, donne e minori si è accresciuto. I ricchi sono più ricchi, e i poveri sono più poveri.

È molto amaro, tutto questo. Ce lo diciamo, ogni tanto, il mio amico fraterno Gianni e io.

Nei nostri vent’anni ci siamo battuti come leoni – senza armi, senza violenza, solo con la fede nelle idee di giustizia sociale e libertà e umanità – per un mondo migliore.

Adesso, Gianni e io ci diciamo – su whatsapp – che negli anni settanta non avevamo internet e cellulari. Avevamo, però, la sicura sicurezza giovanile che avremmo costruito un mondo migliore.

Così non è. Nonostante questo, non abbiamo rinunciato a credere nei sogni di allora. E nella Comunicazione.

Perché la Comunicazione è l’unico strumento che abbiamo per migliorare questo nostro mondo

Come qualcuno scrisse sul porto canale di Cesenatico, nell’estate del 1977: “Questa è una panchina per marinai filosofi. L’unica etica possibile la si costruisce dialogando“. Ovvero, comunicando.


Maurizio Corte

@cortemf

(photo by Hai Phung, Unsplash)