Da officine e botteghe artigiane viene la ricetta del dopo-Coronavirus. Strategia e flessibilità sono gli strumenti per vincere.

Era il giugno del 1968 – avevo 11 anni – quando, finita la prima media, misi piede nell’autofficina Corte Walter di Verona.

Walter, classe 1928, era mio padre. E, come mia mamma Maria, non concepiva – pur con la sua dolcezza – un’estate senza lavoro. Anche per un bambino.

Oggi, ed è giusto, non si può fare entrare un bambino di 11 anni in un’officina. E fargli mettere una tuta.

Allora era diverso. E fu per me una grande lezione di vita.

 

L’officina come luogo del “fare” (pensandoci)

Oggi un papà qualsiasi – quelli un tempo con la Tv commerciale e ora “molto Instragram” – ti farebbe vedere le meraviglie che sa realizzare nel suo luogo di lavoro.

Oggi ti toccherebbe, fosse un’estate torrida pre-Coronavirus come il 1968, il narcisismo paterno al potere.

Walter, il mio papà, eccellente meccanico d’auto, non mi fece vedere come “ripassava” un motore.

Non espose le sue abilità di impiantista di automobili alimentate a gas Gpl o a metano.

Lui, che durante il fascismo aveva trasformato le Fiat Balilla da benzina a carbonella.

Papà Walter faceva le cose. Lavorava. E, soprattutto, ci pensava. Rifletteva. Voleva innovare.

Gli piaceva studiare i problemi. Spendeva ore e nottate, rigirandosi nel letto, a capire il nodo da sciogliere.

Poi, al mattino, agiva.

Credo di avere ereditato – come da suo padre, Alessio, altro artigiano – la sua voglia di rispondere alle sfide della ragione. E della pratica.

C’è chi risponde copiando. Sono i mediocri. Non hanno idee. Né anima.

C’è chi risponde alle sfide della ragione facendo il filosofo. Chi facendo l’artigiano.

Serve – ve lo assicuro da laureato in Pedagogia ad indirizzo Filosofia – la stessa intelligenza.

Walter sosteneva – orgoglioso del suo “saper fare” – di non alimentarsi dei libri. Bugia pietosa, la sua.

“Un bravo meccanico non ha bisogno dei libri”, mi faceva credere.

Peccato che un enorme manuale di meccanica motoristica, con i segni del grasso da officina, fosse là sul bancone a smentirlo. Fra morse e chiavi fisse.

Teneva appeso in un angolo – l’unico trofeo che esponeva – la guarnizione di una testata di una Mercedes che aveva ripassato anni prima. Una sei cilindri in linea del suo amico Cesare.

La bottega dell’artigiano (e della comunicazione)

Noi giornalisti – parlo di quelli seri della categoria, che sono il 90% – amiamo usare l’espressione “andare a bottega”.

Perché, al pari del chirurgo in sala operatoria e dell’ingegnere in un cantiere, esercitiamo la cultura professionale sul campo.

Si va per strada. Si ascolta la genre. Si selezionano le notizie. E poi le si confeziona per il lettore.

Nel Brand Journalism – il Giornalismo d’Impresa – in tempo di crisi, e di ripresa necessaria, si fa uguale.

Si comincia con lo studiare l’impresa (o la professione). Con il capire il contesto. Con il tracciare le relazioni fra le forze in campo.

Un errore non bisogna mai fare: credere che la causa di un fenomeno sia una sola.

Spesso sono più di uno i fattori su cui concentrarsi.

Il Brand Journalism al pari del giornalismo investigativo fa le sue ricerche. Intervista i testimoni, gli storici, i conoscitori profondi dell’impresa e del contesto entro cui questa si muove.

Poi il brand journalist studia la strategia, frutto di osservazione, di analisi dei punti di forza e di debolezza, degli strumenti utili per arrivare agli obiettivi. E, certo, della valutazione dei risultati.

E’ lo stesso lavoro che faceva mio padre davanti a un motore da rimettere in sesto daccapo. O con l’impianto a Gpl di una macchina a benzina.

Gli attrezzi artigiani del comunicare

C’è una canzone che adoro, per tanti motivi. E che ogni volta mi rimanda al mondo mio giovanile delle estati in officina.

“Un gelato al limon”, di Paolo Conte.

E ti offro l’intelligenza degli elettricisti
Cosi almeno un po’ di luce avrà
La nostra stanza negli alberghi tristi
Dove la notte calda ci scioglierà.

La canzone di Paolo Conte mi ricorda gli artigiani. Mi ricorda le mie estati torride. Mi ricorda il mio papà e la sua etica del lavoro, della famiglia, delle sue macchine.

Paolo Conte – geniale – sa unire “l’intelligenza degli elettricisti” (artigiani, ovvio) con l’amore spassionato per una donna.

Con quel filo di tristezza che unisce noi, giornalisti e scrittori, agli artigiani quando in bottega le cose non vanno bene.

Per uscire da una crisi economica, per ripartire, occorre indossare lo schema mentale dell’artigiano.

Oltre agli strumenti di lavoro pratico, l’artigiano ha questi altri fondamentali strumenti della mente e del cuore per l’opera ben fatta:

  • la capacità di osservazione;
  • l’esperienza dei fallimenti e dei successi suoi e degli altri;
  • l’orgoglio della sua officina o del suo lavoratorio;
  • la volontà di ascoltare;
  • l’analisi dei dettagli unita alla visione d’insieme;
  • l’umiltà di andare, quando serve, per tentativi ed errori;
  • la flessibilità nel cambiare passo o modus operandi 

Poi l’artigiano ha le notti, che gli portano consiglio.

Le notti gli permettono di riflettere. E al mattino, come faceva il mio papà davanti al caffè e al toast, può uscirsene con un sorriso soddisfatto: “Ho trovato la soluzione”.

E’ dal mix di osservazione, analisi, visione prospettiva, voglia di innovare e mente critica che – come gli artigiani – ogni impresa può iniziare per risollevarsi.

La comunicazione si muove allo stesso modo: non è un esercizio ripetitivo, un banale scopiazzare cose già fatte. Non è neppure solo tecnica.

La Comunicazione Strategica entro cui il Brand Journalism si colloca per rilanciare un’impresa – piccola o grande che sia – usa gli stessi strumenti dell’artigiano.

La comunicazione è sempre pronta a cambiare direzione e passo, quando è il caso di farlo. E, soprattutto, non si arrende mai.


Maurizio Corte
@cortemf
(photo by TrevisoToday)