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“Non vi è nulla di più straziante che fare quello che fanno gli altri”. Questa era la frase che piaceva, in modo particolare, al titolare di una stazione di servizio Agip di Verona, dove ho lavorato per un quinquennio a fine anni ottanta del Novecento.

Il signore in questione la attribuiva a Honorè de Balzac. Io amo Balzac e ho la sua Comédie Humaine in italiano, che sto rileggendo, e in francese. Ora, verificare che quella citazione sia corretta è dura, dato che Balzac ha scritto migliaia di pagine.

Vale comunque l’insegnamento che il signor Lancellotti, così si chiamava il benzinaio, mi ha trasmesso. “Copiare” – testi, atteggiamenti, esistenze, modi di fare – è una delle più strazianti banalità della vita di un essere umano.

Vi è una schiera di figuri su Internet – mi riferiva un esperto di web intelligence – che scrivono di informatica, comunicazione, giornalismo, turismo, moda e stili di vita, copiando a man bassa da vari siti web. Ladri di contenuti, di fatto. Criminali della tastiera, in sostanza.

Tutti quei figuri sono “soggetti strazianti” – i copiatori di lavori altrui – li definirebbe il signor Lancellotti. Che so già come li chiamerebbe per nome: “Stupido di turno numero 1”, “Stupido di turno numero 2” e via numerando.

Lo “Stupido di Turno” era il titolo onorifico – ma poco nobiliare – che il gestore della stazione di servizio Agip dove lavoravo attribuiva ai clienti più coglioni. Magari ricchi, magari importanti, magari certi di sapere: di certo, insignificanti. Banali. Inutili, nell’essenza del loro non vivere.

Così li vedeva il signor Lancellotti, quei tipi così.

Cultura e cambiamento: quando lo “Stupido di Turno” siamo noi

E’ facile ridere dell’inessenza di certi figuri che copiano. E’ facile sottolinearne i limiti intellettuali, morali e la poca valenza professionale. Così come è agevole rilevare la mancanza di umanità negli altri.

E’ facile denunciare l’assenza di approccio umanistico nella comunicazione.

Il problema si pone – e me lo pongo ogni altro giorno – quando siamo noi lo “Stupido di Turno”.

Quando siamo noi i fankazzisti del pensiero. Quando siamo noi i banali. Quando siamo noi, senza idee, che copiamo gli altri. Quando siamo noi che ci fermiamo al ruolo di fossili, e non cambiamo.

Il problema è quando siamo noi quando ci dimentichiamo che l’autorevolezza, la profondità dell’anima, l’essere persone dal volto umano passano dall’intelligenza critica e dall’onestà intellettuale.

Anni fa, al giornalista mio amico fraterno e mèntore, Michelangelo Bellinetti, mentre eravamo nel suo studio a Verona, dissi che in una certa circostanza, molti anni prima (nel 1984), ero stato un coglione per non averlo ascoltato su una certa cosa.

Ero stato un coglione addirittura per avergli fatto credere, senza volerlo, che non gli volevo bene e non lo stimavo come lui aveva amato e stimato me, al tempo giovanissimo cronista.

Dopo la mia ammissione di imbecillità, Michelangelo mi guardò in silenzio. Poi distolse lo sguardo. Per pudore non mi disse nulla. Colsi, tuttavia, un lieve lampo di soddisfazione.

La soddisfazione, del mio amico maestro e mentore, stava non nel fatto che mi ero inchinato davanti a lui. Ma nel fatto che avevo capito la lezione di vita.

Il mio maestro, amico e mentore aveva colto in me il coraggio del cambiamento. La passione per la cultura del cambiamento. La necessità che avevo maturato di una revisione critica delle mie posizioni.

Insomma, ciò che un allievo impara da un maestro.

Mi sarebbe piaciuto che mi avesse parlato, nel 1984, quando fui così fesso da non credere in lui, da non ascoltare la strada che mi indicava.

Solo adesso capisco che un maestro non deve per forza indicarti il cambiamento che meriti di fare. Il cambiamento lo puoi maturare solo tu.

Per anni ho continuato, nel ruolo di insegnante, a credere di dover avvertire allievi e allieve delle cazzate professionali e personali che facevano.

Da qualche giorno ho cambiato idea: sarà la vita a insegnare loro ad essere uomini e donne di valore. Saranno le bastonate esistenziali a maturarli.
A insegnargli i valori etici e l’importanza dell’analisi critica e del cambiare a livello culturale.

 

Giornalismo e cultura: l’importanza di cambiare noi stessi

E’ maledettamente difficile cambiare se stessi. E’ maledettamente facile essere lo “Stupido di Turno”.

E’ maledettamente facile essere i servi, o le vittime, dei cialtroni che copiano, ti sfruttano, e cercano (invano) di vendersi al miglior offerente.

Quando ho capito, grazie a Michelangelo Bellinetti, cos’è il Giornalismo, allora ho capito il valore del cambiamento. Il valore della cultura.

Il giornalismo, mi ha insegnato il mio Maestro di vita e di professione, è innovazione. E’ visione prospettica. E’ ricerca. E’ cultura. 

Ho anche capito, però, quanto cambiare, mettersi in discussione e non diventare lo “Stupido di Turno” richieda studio, pazienza, coscienza critica. E, certo, solitudine e molta umiltà.

Con Michelangelo Bellinetti – giornalista amico e mentore – ho compreso quanto il cambiamento culturale sia una corsa a ostacoli dove – come giornalista – a volte sono un campione, ma a volte sono un gran brocco. Ma se mi ci metto d’impegno, nella partita di ritorno posso ribaltare il risultato.

Ho anche capito quanto il traguardo culturale dell’innovare, del modificarsi, del capire, del cambiare e dell’essere lontani dagli “Stupidi di Turno” sia a portata di mano. Pur che lo si voglia.

Maurizio Corte
@cortemf

(photo: thanks to Charlotte, Unsplash)