La recensione e l’analisi di una pellicola drammatica che propone solo stereotipi senza andare oltre le convenzioni.

Scrive Netflix, nella trama che presenta il film thriller “Relazione pericolosa” (Fatal Affair, in inglese, 2020), diretto da Peter Sullivan e con protagonisti Nia Long, Omar Epps, Stephen Bishop : “Un’avvocatessa affronta un orribile gioco di inseguimenti, dopo che un incontro con un vecchio amico diventa un’ossessione che mette a rischio i suoi affetti”.

La struttura della storia del film è scontata, ma questo non è giocoforza un difetto. A condizione che vi siano variabili nel racconto tali da non renderlo prevedibile.

Invece, sin dalle prime scene – con un filo di intuito – possiamo già capire quale sarà l’esito della vicenda. Il che è grave per un thriller.

L’esito è scontato anche livello di valori sociali:

  • la vita intensa di città contro il relax della vita in una zona di mare (o in campagna);
  • la carriera stressante dal successo milionario contro la libera professione in una città di provincia;
  • la tranquillità matrimoniale, seppur con la noia del tempo, contro l’adrenalina della trasgressione sexy.

E’ poi scontato l’esito del film anche a livello di relazioni interpersonali:

  • la figura di donna equilibrata ed educata contro il maschio narcisista e attabbiato che la considera di sua proprietà;
  • le relazioni fra persone all’interno di una stessa etnia (“razza” direbbero gli americani, ma la razza umana è una sola) contro le relazioni interetniche;
  • l’amicizia sincera contro i rapporti superficiali.

 

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“Relazione Pericolosa” (“Fatal Affair”): la trama del film thriller

Il film ha inizio con una coppia che fa l’amore in un appartamento di lusso, davanti a un camino acceso. Poi lui va in bagno e viene ucciso; mentre lei viene aggredita.

Non sappiamo di chi si tratti, in quale contesto si collochi e a chi sia collegabile l’aggressione.

Questo è il preambolo del film. Un preambolo che lo spettatore riesce a capire – individuando di chi si tratta e perché il dramma si è consumato – solo molto avanti nella narrazione.

La storia vera e propria ha inizio con l’avvocatessa di successo Ellie Warren (l’attrice Nia Long), che vive a San Francisco, e di suo marito Marcus (l’attore Stephen Bishop), i quali decidono di trasferirsi in una zona di mare.

Hanno acquistato infatti una lussuosa villa sulla spiaggia, lontano dalla città caotica e stressante.

Sperano, così, di ritrovare la serenità e anche la passione perduta dopo tanti anni di matrimonio.

La serenità sembra ritrovata, ma di fatto la voglia – almeno da parte di Ellie – di un fuoco passionale dimostra di covare sotto le apparenze.

L’avvocatessa Ellie incontra per lavoro, dopo vent’anni, l’ex compagno di college David Hammond (l’attore Omar Epps).

Con lui passa una serata in discoteca che finisce con un approccio erotico lasciato a metà. Lui sembra incassare il colpo del rifiuto a metà di un rapporto sessuale, a fronte del pentimento della donna che capisce di non voler tradire il marito.

In seguito, però, David si rivela uno stalker pericoloso e instabile; ossessionato da sempre da quella ex compagna di college.

Lo stalker David – che è un hacker di professione e ha quindi i mezzi di controllo elettronico sugli altri – arriva a trasformarsi in un assassino.

Si spinge a mettere in pericolo Ellie e la sua famiglia, facendo in seguito riapprezzare alla donna quella routine matrimoniale che aveva guardato con un certo disprezzo.

La storia di per sé, pur seguendo il tracciato di tante altre trame di romanzi e di film, sulla carta lascerebbe spazio a interessanti scavi psicologici. E si presterebbe a soluzioni narrative originali, come in alcune musiche orecchiabili che ci sorprendono per determinate variazioni melodiche.

 

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Il film thriller “Relazione Pericolosa” (“Fatal Affair”): le recensioni

Che analisi fare del film? Cominciamo, intanto, con le presentazioni e le recensioni m che ti consiglio.

Il sito ufficiale di Netflix presenta, in breve, la storia e il trailer del film. Non è una recensione, ovviamente:
https://www.netflix.com/it/title/81068703

Cinematographe racconta la storia e fa una recensione del film. Concordo sul giudizio del sito web Cinematographe che si tratti di un “film thriller prevedibile e senza coinvolgimento”. Proprio per questo merita di essere visto in modo critico; e di osservarlo proprio nelle pieghe più prevedibili:
https://www.cinematographe.it/recensioni/relazione-pericolosa-recensione-film-netflix/

Evereye va giù pesante nella critica al film, con un’opinione condivisibile: “L’unico motivo per produrre e distribuire un film scadente, incongruente e snervante come Relazione Pericolosa di Peter Sullivan è quello di riempire il catalogo di offerte originali”. Anche per questo motivo, aggiungo io, il film merita di essere analizzato, per dare una risposta alla domanda sul perché vengano prodotte sceneggiature e pellicole di questo genere:
https://cinema.everyeye.it/articoli/recensione-relazione-pericolosa-thriller-psicologico-netflix-49419.html

Film Post presenta il film nei suoi dettagli e poi lo recensisce parlando di “thriller banale, dozzinale, privo di inventiva, di suspense e di capacità di intrattenimento”.
https://www.filmpost.it/recensioni/relazione-pericolosa-recensione/

Qui sotto il trailer ufficiale del film “Relazione Pericolosa” (Fatal Affair, 2020):

 

 

Film “Relazione Pericolosa”: gli stereotipi di una storia scontata

Il film non meriterebbe di essere visto, se sei un appassionato di cinema di qualità e del genere thriller.

Credo invece che vada comunque la pena di una visione. Lo considero, infatti, un’occasione per affinare il gusto, il senso critico, il saper cogliere le narrazioni che funzionano.

Ed è un’occasione anche per capire che ci deve essere qualche casa di produzione alquanto cialtrona dietro le proposte a Netflix di certe pellicole.

Uno pensa, abbonandosi a Netflix come ad altre piattaforme online, di avere un cinema “alternativo”.

Per “alternativo” non voglio spingermi fino a un cinema sperimentale, indipendente e fuori delle logiche di Hollywood. Con Netflix e altre piattaforme ci si aspetta di avere un cinema dove almeno il merito, pur dentro logiche commerciali, abbia la meglio.

Invece, come ini “Relazione Pericolosa”, ci si trova in alcuni casi – specie con certe pellicole americane di vario genere – a chiedersi se nel catalogo non vi siano molti titoli presenti solo perché “raccomandati”.

Insomma, il sospetto è che possano esservi storie, sceneggiature e registi migliori – ancorché sconosciuti – rispetto a quelli di “Relazione Pericolosa”.

E quelle storie e quei registi siano lasciati ai margini, per fare posto a lavori che stanno a cuore alle case di produzione in affari con le piattaforme.

Film “Relazione Pericolosa”, trailer in inglese

 

Tornando a “Relazione Pericolosa”, voglio portare la tua attenzione su alcuni stereotipi del cinema americano. Stereotipi che troviamo nel film di Netflix e in tante altre pellicole.

Sin dall’inizio del film “Relazione Pericolosa”, la vita intensa di città viene contrapposta al relax della vita in una zona di mare, scelta dalla protagonista e da suo marito per cambiare vita.

Entrambi, poi, scelgono – per motivi che non sono ben delineati – di lasciare una carriera stressante e milionaria per una professione tranquilla in provincia.

Come accade in altri prevedibili film, il dramma che si consuma nel corso della storia porta i protagonisti al punto di partenza: il ritorno alla stressante e milionaria vita della città metropolitana.

Quasi fosse colpa della vita di provincia o della villa al mare o del lavorare alla periferia degli imperi, se uno stalker o uno psicopatico o un qualche criminale ti terrorizza e mette a rischio la tua vita.

Più che una scelta ideologica, questa impostazione valoriale della storia del film “Relazione Pericolosa” la definirei un esempio di banalità narrativa. E di superficialità nell’osservare l’esistenza e la società.

Altro stereotipo è il conflitto fra una donna equilibrata, a parte il momento poco convincente di abbandono alla scena erotica, e un maschio narcisista e rabbioso.

Non basta far vedere una scena di lui con la psichiatra, che lo ha in cura per problemi di gestione della rabbia, per approfondirne le ragioni psicologiche del personaggio.

Il film “Relazione Pericolosa” resta alla superficie dei personaggi, insomma. E questo, come fanno notare alcune recensioni, impedisce a noi spettatori di provare empatia nei confronti dei protagonisti.

La costruzione della storia ci impedisce addirittura di entrare in tensione nelle scene drammatiche; o di provare antipatia e condanna verso il poco convincente stalker.

Dramma dello stalking: i personaggi stereotipati del film

Quando si usano gli stereotipi come forme fisse dei personaggi – moglie insoddisfatta che si abbandona a una tentazione, stalker che ha l’ossessione di una certa figura femminile – si rinuncia allo scavo psicologico. E la magia del cinema viene meno.

Il tema dello stalking e della violenza di genere – sia esso visto come violenza di un uomo contro una donna, oppure il contrario – è troppo serio e importante per lasciarlo alle macchiette e ai personaggi prevedibili.

Lo stesso vale per la rappresentazione dell’amicizia fra la protagonista e la sua amica, coinvolta suo malgrado nel piano dello stalker. Non è credibile un’amica, con cui ti relazioni da anni e ti confidi, che si comporta nei momenti topici come una sconosciuta.

Pure questo aspetto dimostra l’assenza di studio dei personaggi, di approfondimento della loro identità e della loro personalità.

Quando vediamo in scena stereotipi di questo tipo, ci sorge il sospetto che non si tratti di un film che – nell’ambito delle regole della narrazione – racconti la vita e le vicissitudini di esseri umani. Ma che si tratti di film che sono scritti pensando ad altri film.

 

Sia a livello di valori sociali: vita intensa di città contro il relax della vita in una zona di mare (o in campagna); carriera stressante dal successo milionario contro la libera professione in una città di provincia; tranquillità matrimoniale, seppur con la noia, contro l'adrenalina della trasgressione extraconiugale. Sia a livello di relazioni interpersonali: donna equilibrata contro maschio narcisista; relazioni all'interno di una stessa etnia (

 

“Relazione Pericolosa” induce insomma a sospettare che si tratti di un film scopiazzato, in sede di sceneggiatura, da altri film e da meccanismi narrativi scontati e prevedibili.

Non basta infatti copiare (male, peraltro) da esempi magari di successo, o comunque consolidati, per risultare convincenti.

Film “Relazione Pericolosa”: la “questione etnica” dei personaggi

Infine, ultimo tema, la “quesione etnica”: chiamarla “razziale” è scorretto, dato che non vi sono razze umane ma “la” sola razza umana.

Si dall’inizio notiamo subito che la maggior parte dei personaggi sono afroamericani o ispanici, come la protagonista.

Il che è fuori luogo e limitante, perché gli Stati Uniti sono un paese multietnico: vi sono bianchi, afroamericani, ispanici, originari dell’Estremo Oriente, latini mescolati in diverse proporzioni nella società.

Anche qui cadiamo nello stereotipo: ci si ama, ci si sposa, ci si fa la guerra e ci si uccide fra persone della stessa etnia.

Nella maggior parte dei casi sarà pure vero. Il fatto è che il racconto, il cinema, il romanzo non sono la fotografia della vita reale. Non sono una qualche forma imperfetta di giornalismo popolare.

Il cinema di qualità rappresenta certo, con le sue tecniche del racconto, la vita vera. Ma la coglie nella sua complessità; e va oltre le visioni a senso unico, proponendo scenari che di lì a qualche anno si realizzeranno.

Di tutto questo nel film thriller “Relazioni Pericolose”, proposto nel 2020 dalla piattaforma Netflix, non vi è traccia.

Anche per questo – con occhio critico – il film merita di essere visto. Per tenere alti gli anticorpi contro racconti stereotipati, banali e prevedibili che nulla aggiungono alla nostra visione e conoscenza del mondo.

Maurizio Corte
@cortemf

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La canzone che associo a questo articolo è “Che temperamento”, di Enrico Ruggeri