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Sono passati 40 anni dalla strage alla stazione di Bologna.

E sono passati 40 anni esatti dalla mia prima inchiesta sulle pagine di cronaca del giornale L’Arena di Verona, il miglior quotidiano locale in Italia, secondo il giudizio di qualche anno fa.

Avevo 21 anni – era il 19 febbraio del 1978 – quando uscì il mio primo pezzo per L’Arena, nelle pagine delle cronache provinciali.

Ero il corrispondente di una frazione del comune di Negrar, in Valpolicella.

Dopo due anni, nella primavera del 1980 riuscii a diventare un collaboratore della redazione Cronaca del giornale L’Arena.

Mi ero appena fatti due anni di gavetta, in un piccolo settimanale – Qui Verona – diretto peraltro da un giornalista professionista, Giuseppe Settineri, che aveva diretto nel 1976 anche il Corriere Mercantile di Genova.

Sono quindi approdato alla Cronaca dell’unico prestigioso quotidiano di Verona grazie a un conoscente del capocronista, Giuseppe Faccincani, che mi ricevette in piedi nella redazione, a dieci metri dall’anfiteatro Arena.

Faccincani, con la sua voce bassa che faticavi a intendere, mi disse subito: “Ti do un articolo da fare. Se scrivi bene, collabori. Altrimenti quella è la porta da cui sei entrato; e quella è la porta da cui esci”.

L’articolo trattava delle “paghette” dei ragazzi: quanto prendevano la settimana dai genitori, come spendevano i soldi.

Il pezzo piacque al burbero capocronista di cui, per meriti sul campo, sarei diventato il pupillo grazie al mio lavoro negli anni a seguire.

Dopo quell’articolo di costume, mi affidò un incarico da far tremare i polsi, per un giovane cronista che non era ancora iscritto all’Ordine dei Giornalisti: un’inchiesta in tre puntate sul turismo sul lago di Garda.

Molti anni dopo, un anziano giornalista mi disse che i colleghi della Cronaca – consegnato il mio primo pezzo in redazione – vi ci tuffarono sopra, per sapere come scrivevo.

 

L’inchiesta sul turismo sul lago di Garda

C’erano poche pagine, allora, nei giornali. Pubblicare un pezzo in Cronaca cittadina, per giunta frutto di un’inchiesta, era un traguardo mica da poco.

Mi favorì il fatto che avevo già scritto, per il piccolo settimanale Qui Verona, di turismo sul lago di Garda.

Avevo i contatti con albergatori, ristoratori e addetti del settore turistico.

Divisi l’inchiesta in tre parti, tutte sulla sponda veronese del Garda: basso lago (da Peschiera a Bardolino), medio lago (Garda e Torri), alto lago di Garda (Brenzone e Malcesine).

Senza essere spesato, macinai chilometri con la mia Fiat 126. Mi fermai a prendere qualche raro aperitivo.

Osservai i prezzi di ristoranti che non mi potevo permettere. Incontrai decine di persone.

Feci poche telefonate, perché allora la gente si usava intervistarla di persona. Poi era meglio se mi muovevo, perché dalla Valpolicella – essendo in rete extraurbana – telefonare costava una cifra.

Passai il luglio 1980 a scrivere. Dovetti così rinunciare alle vacanze con gli amici, nelle mie adorate Marche.

Quelle vacanze si dovevano iniziare proprio il 2 agosto 1980, un sabato, giorno della strage di Bologna.

Gli amici partirono, per fortuna in auto, da Verona senza di me.

Io mi ritagliai, giorni dopo, un periodo di vacanza in Liguria di Ponente.

Approfittai del fatto che il capocronista Faccincani d’agosto si faceva un mese intero di vacanza a Riccione.

Ero, insomma, felice di poter tirare il fiato. E felice di aver iniziato la mia strada nel giornale L’Arena, con un traguardo che non avrei mai pensato di raggiungere.

Ricordo, in quell’agosto affollatissimo a Diano Marina, la notizia della strage di Bologna. E le note del Gelato al limon, di Paolo Conte.

 

L’insegnamento di oltre 40 anni di giornalismo

Cosa mi ha insegnato quest’esperienza di oltre 40 anni nel giornalismo?

Alcune cose importanti, che trasmetto ai giovani studenti e studentesse del mio corso di Giornalismo Interculturale all’Università degli Studi di Verona:

  • il valore della formazione, dato che nel 1979 seguii il primo corso di Giornalismo a Verona organizzato dall’Ordine dei Giornalisti;
  • il valore delle letture, dato che mi abbeveravo ad almeno tre quotidiani al giorno (Giorno, Corriere e Stampa) e a vari settimanali;
  • il valore dello studio, con il corso di laurea in Filosofia all’Università di Padova (che terminai a fatica, per via del lavoro, ma con 110 e lode);
  • il valore del lavoro sul campo e dell’ascolto, intervistando negli anni migliaia di persone vis-à-vis;
  • la passione della ricerca. L’impegno nella scrittura. La selezione dei fatti e delle storie da raccontare.

Il giornalismo è stato un grande amore che mi ha illuso, deluso, poi illuso di nuovo, poi deluso ancora e infine ancora ad illudermi e farmi appassionare.

Grazie all’incontro con Michelangelo Bellinetti, ultimo mentore e maestro, ho poi scoperto e infine riscoperto la dignità e il valore di una professione che – come tutti i grandi amori – mi ha fatto piangere, mi ha fatto ridere, mi ha fatto dannare e mi ha insegnato a vivere.

Maurizio Corte
@cortemf

(photo: thanks to Kat Coffe, Unsplash)