Un giornalista non può voltarsi dall’altra parte. Perché la “diversione dell’attenzione” non fa parte del nostro mestiere.

Possiamo accettare, come giornalisti, di assistere alle ingiustizie sociali e stare zitti?

Se siamo cronisti, ci è concesso di voltarci dall’altra parte quando vediamo operai pagati male, braccianti trattati come cani randagi? Oppure giovani assunti come “social media manager” e retribuiti 400 euro al mese (se va bene) per 12 ore di lavoro al giorno?

E’ davvero il caso di non annotare, nel nostro fedele taccuino, che i lavoratori del turismo e della ristorazione sono spesso sfruttati? E che tra loro hanno messo in piedi un sistema “militare” di relazioni interpersonali che neppure nelle caserme, da anni, si usa più?

Un vecchio capocronista, di quelli che ho avuto come maestri, mi avrebbe preso a calci nel culo se non avessi fatto il mio mestiere.

E il mio mestiere di cronista era di raccontare i fatti. Le storie vere.

Certo, ben sapevamo (lui e io) che di certi argomenti non si poteva scrivere: di cave, di speculazioni edilizie, di affari dietro gli appalti. Cose che sono accadute in tutti i continenti e con tutti i colori politici. Destra, Sinistra, Centro, fascisti e antifascisti, comunisti e liberisti.

Ma sulla dignità umana – ai tempi dei miei capicronaca – non si scherzava. C’era silenzioso paternalismo, criticabile. C’era un approccio funzionale “al sistema”; ma non si sputava sui più deboli. Mai.

Ricordo il capocronaca, all’Arena di Verona, Giuseppe Faccincani, uno dei miei maestri che tanto ho amato, il quale tirava fuori i soldi di tasca sua per contribuire alla “cassa della solidarietà” del giornale – chiamiamola così – che aiutava chi non aveva in tasca le lire per un pasto.

Non avrebbe mai fatto scrivere, il capocronaca, un pezzo contro i “disperati della città”. Sapeva, lui per primo, che si era tutti in un meccanismo dove qualcuno comandava. Tuttavia, mi ha insegnato a non stare mai dalla parte del più forte per denigrare il più debole.

La domanda, gira che ti rigira, comunque resta: noi cronisti dobbiamo continuare a scrivere dei temporali, dei contagi da Covid-19, dei commercianti che non ce la fanno ad arrivare a pagare le tasse? O possiamo occuparci di argomenti più scomodi?

 

Fare il cronista: il rischio della “diversione dell’attenzione”

Se una bella signora – diciamo una “milf” (acronimo di mother I would like to fuck) di 49 anni – mi si presenta truccatissima e con una minigonna vertiginosa, rischio grosso.

Il rischio maggiore, come cronista, è di guardare alle gambe (o al seno molto bene esposto) scordando di notare che mentre cazzeggio con lei nella via dello shopping di una città, si frega il borsellino di una signora vicino. Oppure ruba un cosmetico da 12o euro in un negozio di marca.

Insomma – il paragone vale anche con un “macho” al maschile, ovvio – l’apparenza rischia di farci passare, noi cronisti, per fessi. E di abbacinare al punto da renderci ciechi.

Che sia la “milf” strafiga, o il “macho macho man” 50enne scemotto che si crede un ragazzino, quando facciamo i giornalisti è importante che teniamo la guardia alzata. Mai farsi distrarre dall’attenzione.

Cos’è, nel giornalismo di un telegiornale o di un quotidiano, la “diversione dell’attenzione”?

Ecco un esempio. La sanità di una certa regione, una a caso, mostra tutti i suoi limiti in occasione di una epidemia.

Ha un sistema efficiente sul piano tecnico, altrettanto su quello degli affari, ma non è fatto per prevenire e curare le malattie. Ma solo per ingrassare aziende farmaceutiche, mediche e i loro sgherri (politici e tecnici).

Come faccio a spostare l’attenzione della pubblica opinione da un’altra parte, quando il problema è proprio in quel sistema sanitario regionale?

Un modo, semplice, è di dare la colpa agli immigrati. Una volta la davano ai “terroni” (ai meridionali). Nell’Ottocento la colpa era dei poveri. Adesso la colpa è dello straniero.

Distrarre l’attenzione di noi cronisti e del pubblico dai problemi veri, per portarli da un’altra parte, è un ottimo esempio di “diversione dell’attenzione”.

Lo stesso può accadere su un altro fronte. Per distrarre l’attenzione dalle inefficienze dei lavoratori, dove vi sono sempre i fankazzisti di professione, si attacca “il padrone”. Oppure il governo. Oppure i fascisti. Cambiano i fattori, ma il modus agendi è lo stesso.

Come fare il cronista: l’etica e il rispetto delle persone

C’è un riferimento etico, deontologico, per noi giornalisti. Parlo di un riferimento fondamentale, che ha le sue radici nei valori cristiani (per chi è credente); e nei grandi valori laici per chi credente non è.

Nel nostro lavoro di giornalisti, del resto, non conta essere credente o meno a livello religioso. Conta testimoniare i fondamenti etici della professione che amiamo; e a cui abbiamo dedicato tanti sacrifici.

Il riferimento etico lo troviamo nel “Testo unico dei doveri del giornalista” (27 gennaio 2016). Ecco la frase che amo di più: “Il giornalista rispetti i diritti fondamentali delle persone e osserva le norme di legge poste a loro salvaguardia”.

Il rispetto della dignità delle persone. L’amore, mi viene da dire, per quel “frammento divino” (per dirla con il filosofo Baruch Spinoza) che siamo tutti noi. Questa è la bussola.

Oggi sono andato a fare la spesa nel piccolo supermercato (lo so che definire “piccolo” un “supermercato” non è logico, ma a me piace chiamarlo così) del paese dove passo molto del mio tempo, scrivendo il romanzo “Silenzi incrociati”, ispirato liberamente al caso di Milena Sutter.

Mascherina tutti quanti. Io mi porto addosso da casa (a 200 metri) i guanti in nylon. Alla fine arrivo alla cassa e mi trovo di fronte la giovane cassiera di turno.

Tutte le volte che mi trovo di fronte una giovane donna – ma accade anche con i giovani uomini – mi domando: quanto ti pagano? lavori le giuste ore? sanno conciliare l’attività di impresa (ho fatto pure io il commerciante) con il rispetto dei diritti e la giusta mercede?

Poi pago. Saluto. Me ne vado. Senza mostrare alcuno dei miei pensieri e sentimenti.

Ecco, sono queste – secondo gli insegnamenti dei maestri di provincia del giornalismo che ho frequentato – le domande che un cronista, in quella situazione, si pone.

Non è la “curiosità” una dota indispensabile per noi cronisti? Bene. Esercitiamola sempre. Soprattutto sul fronte dei diritti.

Non esercitiamola “contro qualcuno”. Esercitiamola a favore di qualcuno.

Perché l’Etica, il quadro deontologico del nostro giornalismo è favore di qualcuno. E’ a favore di chi ha bisogno – lettore, imprenditore, lavoratore – di un’informazione di qualità.

 

Maurizio Corte
@cortemf

Photo: thanks to Mika Baumeister (Unsplash)

La canzone che voglio associare a questo articolo è “Amerigo”, di Francesco Guccini.