Il primo dettaglio che mi colpì, mentre intervistavo il pubblico ministero del caso giudiziario di Milena Sutter (Genova, maggio 1971), fu l’uso della parola “bambina”.

Possiamo definire “bambina” una ragazza di 13 anni, che ne dimostrava addirittura 16? Di certo, no.

Come spiego nel libro “Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media” – dedicato al (presunto) rapimento e al (presunto) omicidio di Milena Sutter – è sbagliato l’uso della parola “bambino” per designare chi ha superato l’età della fanciullezza.

Una ragazzina di 13 anni è un’adolescente, una “ragazzina” appunto. Non una bambina.

Mi sono reso conto – sentendo altri avvocati e inquirenti colpevolisti nei confronti di Lorenzo Bozano, condannato per la vicenda – che le parole sono state qui usate per ingannare.

Il Giornalismo Investigativo, come la ricerca sui media del resto, è anche smascheramento di un uso errato, inesatto o addirittura ingannevole delle parole.

Le parole che ingannano, nella vicenda di Milena Sutter e Lorenzo Bozano, sono quella di “bambina”, “rapimento” e “omicidio”.

Nessuna di queste parole ha un fondamento di verità. Milena Sutter non era una bambina.

Milena Sutter non è stata rapita: o, meglio, non possiamo affermarlo sul piano storico e fattuale come dato certo.

Milena Sutter non è stata uccisa in modo volontario e premeditato. Forse non è stata uccisa neppure in modo volontario. E vi sono dubbi sul fatto che sia stata uccisa.

Le cause della morte della studentessa della Scuola Svizzera, infatti, indicate nella perizia medico-legale dei professori Franchini e Chiozza non sono chiare come i due illustri medici hanno voluto far credere.

Studiare i media vuol dire comprendere gli effetti che l’uso di alcune parole produce sul lettore.

Nel caso Sutter-Bozano gli effetti sono chiari: la costruzione di una storia che racconta di una ragazzina, ricca di famiglia, rapita per ottenere denaro e uccisa per non avere il problema di gestirla durante la prigionia.

Fare Giornalismo Investigativo vuol dire smascherare l’inganno che può esservi dietro l’impiego di alcune parole. E la storia, altrettanto finta e ingannevole, che quelle parole contribuiscono a costruire.

Della “finta storia di Milena Sutter” abbiamo, peraltro, un orrendo esempio di “cultura popolare” nella canzone “La tragedia di Milena”. Della serie, non vi è limite all’inganno, alla finzione e alla narrazione interessata.

Maurizio Corte
@cortemf

(photo: thanks to Hulki Okan Tabak, Unsplash)