La diffusione dei social e l’accesso ai mass media sono spesso lontano da una comunicazione di qualità.

Chi sostiene di sapere quanta influenza abbiano sui cittadini i mass media – e con essi anche i social media – assomiglia a un certo tipo di uomini. Mi riferisco a quei maschi (pochi, in verità) che dicono di sapere dove si trovi il “punto G”.

Calcolare l’esatto perimetro di quanto condizionamento l’informazione abbia sulle persone è, infatti, un compito arduo. Quasi impossibile.

Lo stesso giornalismo – che io preferisco chiamare “Giornalismo” con la G maiuscola – sappiamo che un certo peso lo possiede. Tant’è che ogni nuovo governo vuol mettere le mani sulla Rai. E prova a condizionarne i telegiornali e i programmi di intrattenimento.

Non ho mai creduto alla “onnipotenza dei media”. Credo piuttosto agli effetti limitati, ma cumulativi, dei mezzi della comunicazione sociale.

Non è che sparando ogni giorno notizie su quanto sia bella una casa dipinta di verde pisello, poi avremo una percentuale significativa di italiane e italiani che si dipinge la casa di verde pisello.

La teoria dell’ago ipodermico, alla base di questa credenza, si è dimostrata essere falsa.

Detta anche “teoria del proiettile magico”, quella teoria negli anni venti del Novecento sosteneva che i mass media sono potenti strumenti persuasivi. Essi, dice la teoria, agiscono in via diretta ed efficace su di una massa passiva e inerte di soggetti anonimi e soli.

Tutte balle. Per fortuna non è così. Non è che i media non producano effetti. Non voglio dire questo.

A forza di ascoltare i discorsi di Salvini quando era ministro, per esempio, qualcuno è arrivato pure a credergli. Adesso che non è più ministro e le sue parole non hanno il palcoscenico di prima, tanti suoi elettori si sono portati su posizioni di Destra, ma più ragionate.

Come amo far notare alle studentesse e agli studenti del mio insegnamento di Giornalismo Interculturale e Multimedialità, all’Università di Verona, non bastano, però, tre emittenti televisive per diventare presidente del consiglio dei ministri, come accadde a Silvio Berlusconi. Serve ben altro.

Perché? Perché, ringraziando Dio, ciascuno di noi ha una sua fisionomia sociale, personale, culturale. Ha delle relazioni interpersonali che lo influenzano.

Qui si inserisce la “teoria degli effetti limitati” dei media. Fra il messaggio con la cazzate di qualche burocrate e ciascuno di noi… c’è una persona (noi stessi) con un suo mondo. E il messaggio, giocoforza, subisce un depotenziamento. Una modifica, in ogni caso.

 

La “grande stagione” del Giornalismo

Siano i media potenti o meno efficaci, a seconda delle persone, la professione giornalistica conosce, tuttavia, una grande stagione. Anche oggi, nell’era dei media a portata di tutti.

Mai come oggi, da giornalisti, abbiamo una serie di strumenti che un tempo non avevamo. O che era difficile utilizzare e che richiedevano tempi e competenze di lungo respiro.

In uno smartphone, oggi, abbiamo quello che a casa mia – a metà anni settanta – mi ci volevano due stanze per contenerlo: giradischi, casse stereo, amplificatore, registratore audio, macchina da presa, proiettore, moviola, attrezzatura per le incisioni e per il montaggio filmico, microfoni, cuffie, computer, macchina fotografica.

Oltre a tutto quelle apparecchiature c’è pure un telefono. Peraltro senza fili e portatile. Un tempo serviva un apparecchio da tavolo, un mobile, dei cavi e altre diavolerie.

Mai come oggi abbiamo a portata di mano le biblioteche delle migliori università. Possiamo informarci a livello scientifico e accademico, pratica a cui pochi giornalisti peraltro si abbandonano.

Possiamo approfondire gli argomenti. Possiamo trastullarci con i giornali di tutto il mondo.

Basta un clic e abbiamo sul display un oscuro quotidiano di provincia di un qualche Stato americano o dell’Estremo Oriente. Per non parlare dell’istruzione online.

Infine, c’è la libertà di scrivere e di pubblicare. Come sto facendo io adesso in questo blog.

Quanto avevo 26 anni, assieme a due amici, realizzai un cortometraggio (una mezzora) in pellicola passoridotto. A colori e con il sonoro: musica e dialoghi, grazie al doppiaggio.

Il film si intitolava “In cerca d’autore”. Classica storia autobiografica, come spesso accade con le opere prime giovanili.

Quel film, che non era malaccio considerato che si era dilettanti di primo pelo, l’avranno visto forse in duecento persone. Alla prima proiezione, nella taverna dei miei genitori, chiesero pure il bis. Era piaciuto così tanto? Non so. Di sicuro c’era una scena di nudo.

Adesso, mettessi quel film online, male che vada, lo vedrebbero in qualche migliaio di persone – con un po’ di lavoro di social netoworking e tanta buona volontà.

 

La cattiva informazione dei cittadini

I media non sono onnipotenti né possono condizionarci in modo scientifico. Il Giornalismo conosce una stagione felice, almeno nella sua declinazione di professione giornalistica indipendente.

Due buoni risultati, se ci pensiamo bene. E i lettori? E i cittadini? E il pubblico? Loro come sono?

I cittadini se la passano male. La dieta mediatica degli italiani che conosco – persone di media cultura – è alquanto povera.

Non leggono i quotidiani. Non comprano più i settimanali e i mensili, ovvero giornali fatti per riflettere, magari anche evadere, comunque pensare.

Seguono un po’ la televisione. E si abbeverano alla comunicazione sui social network. Ovvero a quella che passa senza filtri, senza validazioni professionali o scientifiche.

È bastata la triste cagnara dei “negazionisti del Coronavirus” e la poco edificante pagliacciata degli “scienziati del Coronavirus” per mandare in tilt gli italiani.

Qual è il problema di fondo, stante questo quadro?

Credo che il problema di fondo sia l’intelligenza critica, la passione per la verità sostanziale dei fatti, l’umiltà e il rigore della ricerca scientifica.

Insomma, quelle doti e quelle competenze che si acquisiscono – non è sempre così, ma accade – all’università.

Io ho avuto la fortuna di avere due grandi maestri – Alessio Corte e Carlo Molinari – che avevano la terza elementare, ma erano intrisi di voglia autentica di verità e di intelligenza critica.

Qualcosa sono riuscito a imparare.

Anche se ogni tanto, pure io, mi perdo nei fumi di un’informazione italiana che al dibattito, alla ricerca della verità sostanziale dei fatti, alla passione del dialogo politico ha sostituito il tifo da stadio. E le sciocchezze dell’incompetenza.

Giornalismo, media e cittadini. Due risultati positivi; e uno con parecchie ombre. Perché lo vediamo spesso che l’incompetenza, nella comunicazione orizzontale sui social, sembra battere il valore culturale e scientifico.

Cosa fare per non essere prigionieri delle proprie stupidità?

La ricetta è quella di sempre: leggere, studiare, ascoltare, mettersi in discussione. Soprattutto, mettere la testa fuori dell’uscio di casa.

Là dove, oltre a qualche bella signora, possiamo magari incrociare qualcuno che ci insegna qualcosa di differente. Sul giornalismo, sui media e sugli argomenti cari a noi cittadini.

Maurizio Corte
@cortemf

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