Fare attività giornalistica vuol dire ricercare, selezionare e dare un senso ai fatti che accadono.

Il Giornalismo, come ci ricorda il sociologo Carlo Sorrentino, è la “routinizzazione dell’imprevisto”.

Quando accade un qualche cosa – fatto, testimonianza, evento – un giornalista sa come trattarlo.

Un giornalista conosce le routine professionali e il metodo di lavoro per ricercare i fatti; per selezionare quello interessante e presentarlo al lettore nel formato del notiziario.

Ricordo quando – alla redazione Interni-Esteri del quotidiano L’Arena – vi fu uno degli attentati terroristici in Francia.

Appresa la notizia, sapevo già – e così i colleghi del mio giornale – cosa fare: quali disegni delle pagine selezionare, quali argomenti trattare e quali foto aspettarmi.

Sapevo che avremmo creato una pagina “passante”, quella che occupa lo spazio di due pagine di giornale.

Avremmo aperto con la cronaca di quanto era accaduto. Avremmo messo di spalla, in alto a destra, il racconto dei testimoni e dei sopravvissuti. E così via.

Mi raccontavano i colleghi che in occasione dell’attacco alle Twin Towers, nel 2001, l’allora capo di Interni-Esteri dopo un’ora dalla notizia aveva già preparato il “menabò” (il disegno grafico della pagina) di tutte le pagine dedicate all’evento terroristico.

In un’ora aveva deciso cosa mettere, dove metterlo e a chi assegnare i vari argomenti.

Aveva in mente già quelle che sarebbero state le fotografie principali.

 

Giornalismo: selezione delle notizie e mediazione tra fatti e lettore

Il giornalismo è poi “selezione”. Non può starvi tutto in una pagina, anche se è una pagina web con migliaia di schermate. Non ha senso.

Un giornalista sceglie gli argomenti, creando così un’agenda – un ordine di priorità – con i fatti e i temi da trattare.

Nella confezione delle notizie vi è, giocoforza, un lavoro di semplificazione. Una scarnificazione del racconto.

Quanto è accaduto in ore – un convegno ad esempio con più relatori – si trasforma in un articolo di sessanta righe, pari a circa 3 mila caratteri spazi inclusi. Ovvero, quattro minuti di lettura a voce alta.

Il giornalismo, ci spiega poi Sergio Lepri (Professione giornalista), è “mediazione”.

Il giornalismo è una mediazione tra le fonti o gli accadimenti e il lettore.

Per questo, un giornalista ha una funzione di “filtro”: non apre il microfono e raccatta e pubblica tutto ciò che trova.

La mediazione giornalistica è così un’assunzione di responsabilità.

Ha una valenza tecnica, quella mediazione. Ma ha anche un alto significato etico: rispetto delle fonti, riservatezza, rispetto del lettore, attenzione e sensibilità verso le persone coinvolte.

 

La scrittura giornalistica e la notizia

C’è poi la scrittura giornalistica, con le sue regole. La più famosa è quella delle “5W+H” (chi, che cosa, quando, dove, perche e come).

C’è lo stile giornalistico, che non deve essere letterario: il giornalismo racconta per immagini, con frasi brevi. Usa con molta parsimonia aggettivi e avverbi.

Assume talvolta uno stile ritmato. Adatto ad attrarre. Mirato a concentrare l’attenzione del lettore. A informare in modo efficace. Specie se si vuole imporre un ritmo sincopato. Come sto scrivendo adesso io.

Infine, la “notizia”. Insieme alla curiosità, il senso della notizia – il “fiuto” – veniva considerato fondamentale dai vecchi capi della cronaca.

La notizia non è il fatto in sé. Non è per forza “fattuale”.

La notizia è il “racconto di un fatto”: selezionato, semplificato, visto sotto una certa angolazione. In qualche modo manipolato. Talvolta stravolto.

Compito del giornalista non è raccontare una verità “ontologica”, ma la “verità sostanziale dei fatti”.

Quanto viene riportato nella notizia deve trovare corrispondenza nella realà.

Altrimenti è una “bufala”, una notizia inventata o infondata. O, peggio ancora, una “fake news”.

Imparare a fare giornalismo, acquisire la tecnica giornalistica e la scrittura per il giornalismo è fondamentale.

E’ fondamentale non solo per chi vuole fare giornalismo, da quello dei media agli uffici stampa.

Saper fare giornalismo è utile anche per chi fa il social media manager. Per chi fa blogging. Per chi fa content marketing o web copywriting.

Perché il giornalismo, con le sue tecniche e i suoi stili, serve anche ai comunicatori digitali? Per imparare a scrivere in modo scorrevole, comprensibile, efficace.

E per riuscire a dare una gerarchia alle informazioni che si vogliono trasmettere. O alle opinioni che si vogliono proporre.

Di qui l’importanza di seguire un corso di tecnica giornalistica, con una parte teorica e con esercitazioni pratiche. Perché, come ci insegnavano i vecchi giornalisti, questo splendido mestiere lo si impara andando a bottega.

Il giornalismo lo si impara facendosi il mazzo nella vita reale. Oltre che studiando le tecniche giornalistiche e le teorie sui media.

Maurizio Corte
@cortemf

(photo: thanks to Michael Chambers, Unsplash)