Nel romanzo “Silenzi incrociati”, ispirato al Caso Sutter-Bozano, ho voluto inserire due storie d’amore.

Gli esperti di storytelling e di tecnica della narrazione insegnano che ogni trama – sia essa di un romanzo o di un film – va associata a una sotto-trama. O a più sottotrame.

Non fa eccezione il romanzo che sto scrivendo, “Silenzi incrociati”, ambientato nell’immaginaria cittadina ligure di Zenaria e ispirato liberamente al caso del rapimento e omicidio di Milena Sutter e la vicenda umana e giudiziaria di Lorenzo Bozano.

Il romanzo ha come protagonista Helene Bassetti, figlia adottiva, di origini rumene, che vive in una casa nella campagna veronese, a Mezzane di Sotto, in una zona dove si producono una serie di eccellenti vini Valpolicella e vini Soave. Oltre che olio extravergine di oliva di altissima qualità.

La storia è dei nostri giorni. Ma il caso giudiziario a cui si riferisce è datato 1971 ed è – con i dovuti adattamenti e libere interpretazioni – la storia di una ricerca della verità sul caso di Milena Sutter, vittima tredicenne che nel romanzo thriller assume il nome di Anna Keller.

 

Libri thriller: l’importanza della sotto-trama

Perché serve una sottotrama? La sottotrama è indispensabile, a mio parere, per dare profondità ai personaggi. Come Helene, la protagonista di “Silenzi incrociati”, vive una storia d’amore ci dice molto su come affronti la ricerca sulla verità storico-fattuale su Anna Keller.

La sottotrama – o più sottotrame – consentono al lettore, ma anche a chi scrive, di tirare il fiato. Consentono una distrazione e una diversione dell’attenzione che non può essere “noiosa”. Ma che serve, anzi, a comprendere le sfumature della storia principale.

La sottotrama può andare per contrasto o per coerenza, rispetto alla trama principale. Da parte mia, preferisco far coincidere una vittoria del mio personaggio nella trama principale a uno smacco in quella secondaria.

Pietro Albino Lucchini, giornalista professionista in pensione ma anche abilitato alla professione d’avvocato, può gioire nel vincere un round per sostenere Helene Bassetti. E magari ritrovarsi triste e sconfitto perché con la donna che ama da tanti anni, Maddalena, le cose non ingranano come egli vorrebbe.

Come spiega in maniera mirabile Robert McKee nel suo saggio “Story”, che è la bibbia degli sceneggiatori, “una storia ben raccontata è un’unità sinfonica in cui si fondono fluidamente struttura, ambientazione, personaggio, genere e idea. Per armonizzarli, lo sceneggiatore deve studiare gli elementi della storia come se fossero strumenti di un’orchestra: dapprima separatamente, poi insieme”.

 

Fra gli elementi della storia, anche in un romanzo thriller, vi è ciò che accade nella sottotrama – o nelle sottotrame, se sono più di una.

La sottotrama ha poi una struttura come la trama (il plot) principale: contesto (primo atto), conflitto (secondo atto) e risoluzione (terzo atto).


Scrivere un romanzo è costruire un edificio

Si parte in modo creativo, con l’idea e il soggetto del romanzo. Poi si passa a fare gli “ingegneri” con il mettere in ordine le parti.

Quindi si torna alla creazione, componendo il testo del racconto con le sue trame. E infine si ritorna a fare gli ingegneri, per controllare che l’edificio, bello e ben arredato, rimanga in piedi. 

In “Silenzi Incrociati”, le storie d’amore hanno senso in relazione alla vicenda giudiziaria su cui Helene, la protagonista, vuol fare luce. Ma la stessa trama principale si abbevera di quanto nelle sottotrame accade. 

La creatività, quindi, da sola non basta. Rischia di essere mera improvvisazione senza costrutto.

La razionalità, da sola, è necessaria ma non sufficiente. Non basta applicare una regoletta per scrivere un buon romanzo. Ci vuole una spinta in più. Una spinta che si chiama “passione per l’umano” e i suoi universali: i valori, i punti di riferimento, gli snodi esistenziali del vivere.

Maurizio Corte
@cortemf

Photo: thanks to Scott Broome (Unsplash)

La canzone che voglio associare a questo articolo è “Mi sono innamorato di te”, di Luigi Tenco.