L’atto dello scrivere è un modo per entrare in contatto con l’Altro, la persona diversa da noi e che ha qualcosa da raccontarci.

“Scrivere è soprattutto riscrivere”. Ripeto spesso quest’affermazione alle studentesse e agli studenti del corso di Giornalismo Interculturale che tengo all’Università degli Studi di Verona.

Guai a scrivere un testo e pensare che… sia buona la prima.

Buona la prima un corno! Ciò che distingue un professionista da un dilettante non è il talento.

È la preparazione, la correzione maniacale degli errori, il non lasciare nulla all’improvvisazione. Perché anche chi improvvisa, ad esempio nel jazz, lo fa seguendo precisi modelli, precisi pattern armonici.

Uno può decidere di scrivere sulla base di un progetto dettagliato, di una scaletta minuziosa che prevede tutto, ogni singola cosa, prima di iniziare la scrittura.

Un altro può scegliere di scrivere a “flusso di coscienza”.

In entrambi i casi vi è un lavoro di “ingegneria della parola” che richiede lavoro e pazienza, lavoro e pazienza, lavoro e pazienza.

Ciò che poi distingue i cialtroni dagli scrittori è, certo, l’anima. La “passione per l’umano”.

Chi sente su di sé le sfide, le gioie e il peso dell’esistenza ha una marcia in più. Ha un tocco magico.

Poi, chi vive veramente e fino in fondo le gioie e il dolore del vivere, può anche dire con Guccini: “Se son d’umore nero allora scrivo / frugando dentro alle nostre miserie. / Di solito ho da far cose più serie, / costruire su macerie, o mantenermi vivo” (“L’avvelenata”).

Pure io, nello scrivere di comunicazione piuttosto che di storie inventate, mi ripeto spesso – nel mio piccolo – che la scrittura è un ottimo modo per evitare di “far cose più serie”. Come il costruire su macerie. O il mantenersi vivi.

 

L’arte della Scrittura e il romanzo “Silenzi incrociati”

Il romanzo che sto scrivendo, “Silenzi incrociati”, è liberamente ispirato al caso di Milena Sutter. Un caso di cronaca nera e giudiziaria di cui tratto nei due blog (in italiano e in inglese) dedicati alla vicenda del “Biondino della Spider Rossa”.

Prima di mettermi a scrivere il romanzo, ho seguito una serie di corsi sullo “scrivere storie”. Siano esse sceneggiature che romanzi.

Ho letto un certo numero di libri, per approfondire l’arte dello scrivere sceneggiature e romanzi.

Ho quindi costruito la struttura della storia, l’inizio e la fine, la scheda dei personaggi e la scaletta con le scene in cui si articola la narrazione.

Vi è un lavoro di “ingegneria della narrazione” che è molto razionale nella prima fase.

Quella ingegneria narrativa tornerà nella terza fase, quella dell’editing. Lì occorrerà controllare pesi e contrappesi, sviluppo del racconto e coerenza fra le parti.

In mezzo c’è la creatività. E lì ti sei un po’ Dio.

Ti senti un po’ Dio, non perché puoi fare quello che vuoi tu, ma perché vedi i tuoi personaggi muoversi davanti a te. Mentre tu, con passione e pazienza, scrivi quello che succede.

Quando si è scrittori, mi sono reso conto, si è “testimoni privilegiati” di una storia che va oltre le tue intenzioni di scrittore.

Certo conta la tecnica. Certo conta l’idea. Ma ciò che più pesa è la “passione per l’umano” che c’è in ogni personaggio di cui, come scrittore/testimone, raccogli e racconti le vicenda.

Ecco, allora, la mia protagonista, Helene, 27 anni, che fa la tesi di dottorato in Giornalismo Investigativo.

Ecco “Teddy B”, la cucciolotta di pastore tedesco che incrocia la strada di Helene.

Ecco Pietro Albino Lucchini, giornalista investigativo. E Laura Trevisani, criminologa.

Le loro azioni, le loro passioni, i loro destini li vivo nel profondo: sono loro – Teddy B escluso – gli “umani” che abitano il mio cuore.

Ogni volta che mi metto al computer a scrivere, aspetto trepidante e con un filo di tensione che si mettano in moto e che mi portino da qualche parte.

Possiamo allora dire che la scrittura è certo creatività, la scrittura è anche ingegneria narrativa, ma la scrittura è soprattutto testimonianza di ciò che di “umano, troppo umano” accade davanti a chi scrive.

Maurizio Corte
@cortemf