La storia di un giovane alle prime armi al cospetto dell’important firma del giornalismo italiano.

Scomparso di recente, Sergio Zavoli è stato, senza alcun dubbio, uno dei migliori e più colti giornalisti italiani della seconda metà nel Novecento.

Non ho però voluto, nel mio piccolo, rendergli omaggio perché credo in un valore fondamentale: quello della professionalità coniugata con il rispetto della persona. Specie se quella persona è debole e ha bisogno di aiuto e considerazione.

 

Un incontro, nell’ottobre del 1994, a Frascati, con un giovane collega praticante del Mattino di Napoli mi ha fatto cambiare idea sulla Zavoli-persona. Mentre lo Zavoli-giornalista resta sempre un grande esempio.

La prima volta che sentii parlare di Sergio Zavoli fu in seconda media, quando l’insegnante ci fece adottare un suo libro: Viaggio intorno all’uomoLo si leggeva in classe, a voce alta. Ne rimasi subito affascinato.

Quando poi vidi, anni dopo, Zavoli in alcune trasmissioni televisive, quel fascino si intensificò.

Il giornalista Sergio Zavoli univa a una grande competenza e professionalità, una misura nel parlare, una “quiete” nell’esporre i fatti che non gli impediva certo di dire cose scomode.

Come Indro Montanelli, come Enzo Biagi e ancor più come Giorgio Bocca e Augusto Guerriero (il “Ricciardetto” di Epoca), Sergio Zavoli era nell’Olimpo mio personale dei giornalisti a cui rifarmi.

 

Giornalismo: la caduta del “mito Sergio Zavoli”

A inizio di ottobre del 1994 andai a seguire un corso di preparazione all’esame di Stato per diventare giornalista professionista.

Il corso si tenne, quell’anno, a Frascati, sui colli fuori Roma.

Ero allora “praticante d’ufficio”. Cosa vuol dire? Ecco spiegato.

Il giornale mi aveva fatto lavorare come precario, senza pagarmi la giusta mercede. Tanto che solo grazie all’Ordine dei Giornalisti potei ottenere il riconoscimento della pratica effettuata.

Nella mia stessa condizione vi era un’altra mezza dozzina di giovani praticanti giornalisti veronesi.

Un’informata di precari del giornalismo, insomma, che si erano visiti riconosciuti i propri diritti ad essere ammessi all’esame di Stato solo grazie a un provvedimento: quello assunto, con coraggio, dall’allora presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Veneto, Michelangelo Bellinetti.

Una scelta coraggiosa, quella di Bellinetti, che gli costerà la candidatura alla direzione del giornale L’Arena qualche anno dopo.

Coraggioso non fu, invece, l’allora direttore dell’Arena, Albino Longhi, già noto direttore del TG1, democristiano, che si voltò dall’altra parte e non firmò la mia pratica giornalistica.

Per fortuna esisteva ed esiste l’Ordine dei Giornalisti, altrimenti sarei rimasto nell’ombra. Io e gli altri. Come clandestini.

A Frascati, a seguire le lezioni e a fare la prova scritta simulata in vista dell’esame professionale, vi erano almeno 200 giornalisti da tutt’Italia.

Erano giovani colleghi che, pagati bene, avevano fatto quasi tutti i praticanti “in chiaro” nelle redazioni di giornali, radio e televisioni. Avevano goduto di ferie, permessi, benefit vari.

Noi della pattuglia veronese dei “praticanti” d’ufficio avevamo saltato ferie, niente permessi, niente contributi, niente stipendi in regola.

Per dare un’idea, feci fare un calcolo a un avvocato specializzato in diritto del lavoro giornalistico: il danno che avevo subito io, nei mesi di precariato non riconosciuti dal giornale, ammontava a oltre 100 milioni di vecchie lire.

Quel danno, una volta assunto dal giornale L’Arena, non lo rivendicai più. E lasciai perdere.

Comprensibile, quindi, la paura di noi precari che l’esame ci andasse male. Per fortuna superammo la prova scritta e anche l’orale, Alberto e io, e fummo assunti al giornale L’Arena il primo febbraio 1995.

Io divenni professionista, fatto l’orale a Roma, il 14 febbraio di quell’anno. Uno dei giorni più belli e felici della mia vita.

 

Sergio Zavoli e il giornalista precario del “Mattino” di Napoli

Cosa c’entra Sergio Zavoli con questa storia dei giornalisti precari?

C’entra perché, in una delle sessioni di studio a Frascati, incontrai un precario del giornalismo che lavorava al Mattino di Napoli, diretto da Sergio Zavoli. Pure lui un clandestino.

Anche Sergio Zavoli al Mattino di Napoli, come il giornalista Albino Longhi all’Arena di Verona, si era voltato dall’altra parte.

Zavoli – stando a quanto mi raccontò quel giovane collega – aveva ignorato quel precario. Tanto che pure lì era dovuto intervenire l’Ordine dei Giornalisti per riconoscere i diritti della pratica professionale.

Il giornalista Sergio Zavoli aveva però fatto di peggio. Teneva quel giovane collega precario nell’ombra, senza ricoscergli il lavoro e assumerlo; e nello stesso tempo pagava profumatamente un collega giornalista che gli curava, da Milano, la rubrica delle lettere.

Il meccanismo, insomma, era quello che vediamo anche oggi con tanti giovani in svariati ambienti di lavoro: prebende e lauti stipendi alle élites e ai tirapiedi dei direttori di questa o quella azienda; diritti negati e precarietà a chi è giovane e si fa il mazzo.

Non voglio, con questo, mettere sotto accusa Sergio Zavoli, un gigante del giornalismo italiano da cui abbiamo tutti da imparare.

Il racconto, l’amarezza, la pacata denuncia di quel giovane precario del Mattino di Napoli, però, mi è venuta in mente alla notizia della morte di Sergio Zavoli.

E, lo ammetto, non me la sono sentita di rendere onore a quello che è stato certamente un grande giornalista. Ma che, al contempo, non si è comportato da gentiluomo nei confronti di un precario del nostro mestiere di cronisti.


Maurizio Corte

@cortemf