Il racconto ispirato al Caso Sutter-Bozano si svolge in un luogo che non esiste, ma dove ciò che è più importante accade.

Nel romanzo “Silenzi incrociati”, ispirato al caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano, c’è una città… che non esiste.

Cosa c’è di più bello, del resto, della “Isola non trovata”, di cui parla Francesco Guccini in una canzone? O della “Isola che non c’è”, di cui canta Edoardo Bennato?

La città che non esiste del romanzo che sto scrivendo si chiama Zenaria. Si trova in Liguria. Una città di mare, con i profumi, i caruggi, le strade trafficate e la focaccia al formaggio.

Ho scelto una città inventata perché molta parte del romanzo è frutto di fantasia, a cominciare da Helene Bassetti, la protagonista che fa il dottorato di ricerca in Giornalismo Investigativo all’Università degli Studi di Verona.

Ci sono, poi, le parti vere: la Medicina Legale, la ragazza scomparsa e poi trovata morta nel 1971, l’uomo in carcere. Tutto trova aderenza nei fatti, nella realtà e negli studi scientifici.

Uno dei miei insegnanti di tecnica di scrittura del romanzo – un autore affermato – mi ha avvisato: “Stai attento, con la Medicina Legale, che il lettore non ti perdona errori e imprecisioni.

Su questo sono tranquillo: la parte scientifica è supportata dal colloquio con un certo numero di studiosi e professionisti della Medicina Legale.

 

Romanzo “Silenzi incrociati”: i misteri di Zenaria

Ho scelto di non entrare nei dettagli, quando parlo di Zenaria. La protagonista del romanzo, Helene, vi si reca per trovare le risposte alle sue domande.

A Zenaria, Helene incontra il bello e il brutto, il bene e il male di ogni città.

Ci sono i marpioni che tramano nell’ombra e in odore di complicità con la criminalità organizzata.

C’è un capitano dei Carabinieri che tratta Helene con il rispetto dovuto a chi agisce in buona fede.

Ci sono i baroni universitari, che non si preoccupano di aver abdicato al loro ruolo di scienziati. E continuano a fare i loro affari, a proteggere gli amici, a farsi scudo con maestri sputtanati dall’evidenza.

La città di Zenaria è l’emblema della rinuncia alla “verità sostanziale dei fatti”. La rinuncia alla verità tour-court.

In città vi sono luci e ombre: il sole della passeggiata sul lungomare e l’ombra delle stradine interne, là dove si commettono i delitti e gli errori inconfessabili.

Gli stessi edifici di Zenaria risentono del tempo asfittico in cui tutto ebbe inizio: gli Anni Settanta.

La protagonista del romanzo, Helene, 27 anni, figlia adottiva di origini rumene, è un po’ un marziano in quel luogo che non c’è.

Da un lato suscita la simpatia e la compassione di chi conosce il backstage oscuro di quella città, mentre lei agisce ignara di quali giochi supremi stiano dietro al caso su cui sta facendo ricerca universitaria.

Dall’altro lato, Helene fa incazzare coloro che non capiscono. Coloro che detestano la sua sete di verità.

Gli antagonisti – e i loro sgherri – sono così marci dentro da non capire l’onestà intellettuale, la passione morale, l’amore che Helene prova per la giovanissima studentessa scomparsa nel 1971.

Gli uomini del circolo Totem – che da sempre comanda quella città – sono così meschini e dannati da disprezzare tutto il bagaglio splendido della protonista di “Silenzi incrociati”. 

Helene ha un bagaglio fatto di voglia di verità, di passione per l’umano tanto umano, di impegno per andare oltre il velo delle apparenze.

Alla domanda, che ho voluto sottendesse tutto il romanzo, sul valore della verità e del rispetto della dignità umana, Helene sa come rispondere. Senza indugi e senza compromessi.

Per questo, ogni volta che scrivo di lei, nel mentre il romanzo “Silenzi incrociati” mi si rappresenta agli occhi, mi inchino davanti a ciò che Helene mi insegna.

Maurizio Corte
@cortemf

(photo: thanks to Michael Chambers, Unsplash)